Il mio Kenya
Ci caricò sul suo Toyota.Per me ebbe inizio il mese più lungo di tutta la vita.
Da quel momento non riuscii ad aprire bocca per qualche giorno. Restai come inebetita nel caos giallastro di Nairobi.
Giuseppe ci fece subito attraversare i quartieri prossimi alle baraccopoli, dove si improvvisano mercati straripanti di gente.
Gente che spunta inspiegabilmente da ogni dove, come dal nulla, e inventa la sua sopravvivenza con una grazia e un silenzio che ha solo odore.
Odore. Un odore fortissimo di cibo, plastica e chissà cos'altro, bruciati.
Un'atmosfera inquieta, fragile ma con un suo ordine, indecifrabile, sottile, ma vigile.
Vita, vita da ogni parte.
File di persone davanti alle fabbriche ad aspettare anche solo un lavoro giornaliero. Persone in cammino dai campi circostanti si riversavano verso la città, bambini, donne ben vestite, mal vestite, uomini. Tutti giovani.
Giuseppe non smise un attimo di raccontarci tutto. Raccontava, spiegava nella sua disinvoltura, in quella sua flemma rassicurante mentre ci ingarbugliavamo nel traffico disordinato, senza precedenze, brulicante di pulmini di ogni genere stracarichi di gente.
Cielo giallastro sopra di noi. Case fatiscenti.
Ebbi l'impressione in quel momento di trovarmi in una città reduce da una guerra. ...continua il viaggio

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