Stai viaggiando in Kenya con Roberta - skapi

Il Kenya di Roberta

Viaggio di: Roberta - skapi
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Una sera, mentre percorro il viottolo che dalla spiaggia mi riporta a casa, mentre le scimmiette dalle palme mi tirano sassolini, incrocio un gruppo di masai. Fieri, maestosi e bellissimi, avvolti nei loro tipici collari fatti di perline, mi guardano e mi sorridono. Probabilmente ho un'espressione un po' idiota, ma è la prima volta che ho un contatto così ravvicinato con questa popolazione incontrata solo nei sussidiari di scuola. Un'altra sera, sempre rincasando in questo sentiero, mi trovo la strada sbarrata da tre cammelli. Non so come fare per passare. Prima provo con uno "scio' scio", poi con un bastoncino, ma i risultati sono deludenti. Ho paura a passare da dietro, hanno delle gambe lunghe quasi quanto me e se mi scalciassero farei proprio una brutta fine. Il sole inizia a tramontare, e in questo angolo di mondo, il buio arriva subito. Comincio a preoccuparmi. Urlo e chiedo aiuto finchè dal fondo del sentiero arriva un uomo. Mi chiede perché sto' strillando. Spiego che ho paura dei cammelli e che non so come oltrepassarli. Lui inizia a ridere. Si avvicina, accarezza loro il muso e semplicemente fa loro il gesto di scansarsi, e loro ubbidiscono. Mi sento una stupida, una gran stupida! L'uomo mi spiega che i cammelli sono animali docili e che la paura è del tutto ingiustificata. Mi insegna come accarezzarli. Mi spiega che sono di un arabo che abita poco distante e che è il padrone di un albergo della zona.
Un giorno Ali mi porta in un posto bellissimo. Ci addentriamo un pochino nella foresta e alla nostra sinistra una scena bellissima. E' pieno di babbuini. I maschi, grandi, con il pelo irto e il sedere rosso hanno l'aria un po' minacciosa. Le femmine sono tranquille e quasi tutte hanno un piccolo appeso nel petto o nella schiena. Ali mi spiega che in quel posto, verso sera, arrivano sempre, perché gli abitanti della zona lasciano loro del cibo. Prendo da terra una carta colorata di quello che doveva essere l'involucro di un gelato. La agito un pochino e i piccoli subito si avvicinano attirati dai colori. Bisogna fare pero' attenzione ai grandi, e allora lascio perdere e ce ne torniamo per la nostra strada. Qualche giorno dopo, la stessa comitiva di babbuini ci attraversa la strada mentre io ed Elisa stiamo andando a fare la spesa. Ci fermiamo. Il maschio capobranco vigila su tutta la troupe. I piccoli cercano di salire sulla macchina. E' una scena emozionante.
I giorni scorrono, oramai è quasi passato un mese dalla mia partenza. Mi sono adattata bene, mi dispiace tornarmene a casa. So già che mi mancheranno queste spiagge bianche, immense e deserte, questa gente povera ma dolce, questi odori e questi panorami. Ho pero' la piena consapevolezza di avere fatto una grande esperienza. Saluto tutti gli amici, i miei "alunni" che ormai sono bravissimi in italiano, saluto i gechi, questi animaletti simili alle lucertole, saluto i treni di Mombasa, i millepiedi carrozzati che ora non mi fanno piu' tanto schifo, saluto le stelle marine giganti che non ho mai osato prendere in mano, saluto il caro amico Ali, che con un fiore incastrato tra i capelli, in lacrime, ci porta all'aereoporto. Ripiombo a casa, in pieno inverno e con un potente "Mal d'Africa" in corpo. Habari Jako!!

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