"Luna dell'Africa"
in viaggio con Federico in Kenya
Del Turtle Bay ho già detto: spiaggia candida e ben tenuta, camere confortevoli, cucina ottima, piscina, discoteca, animazione e boutique per chi le volesse, e tanti fantastici momenti, come il te' bevuto al pomeriggio (i Kenyani sono molto inglesi in questo) sulle sdraio sotto una palma, o le passeggiate sul bagnasciuga fino ai villaggi dove i bambini giocano in mare (vestiti) sotto gli occhi vigili delle mamme. Indimenticabile, organizzato per festeggiare l'inizio della primavera, l'enorme falò acceso sulla spiaggia: le fiamme che si levano altissime, intorno una luce rosso-arancio che con i suoi bagliori illumina e dà movimento alle palme, ai turisti che guardano immobili ed agli occhi vivissimi dei neri, più che mai brillanti nell'oscurità. Un'atmosfera irreale, un silenzio profondissimo attraverso il quale sento lontane le voci degli inservienti kenyani e il crepitio delle fiamme; lassù, in alto, la Luna dell'Africa, perfettamente tonda, incredibilmente vicina, con la scia distesa sull'acqua nera quasi a gettare un ponte tra lei ed il falò.L'albergo è proprio di fronte al Watamu Marine National Park e ottime sono le possibilità per i subacquei, che possono fruire di un buon centro diving, e per chi si limita allo snorkelling. Il mare è naturalmente stupendo: l'effetto è quella di nuotare in un acquario di pesci tropicali, che sembra si divertano ad avvicinare e circondare chi nuota, senza mai sfiorarlo. Abituato ad una esperienza ventennale in Versilia, per me era la prima volta che provavo un mare tropicale: è stata un'esperienza travolgente, i pesci, i coralli, la sensazione di entrare in un Mondo a sé stante lontanissimo da quello "normale", fatto di colori brillanti, luci e suoni ovattati, e soprattutto eleganza, leggerezza assoluta.
Abbiamo passato al mare troppo tempo, tempo che per le mie abitudini attuali è praticamente un sacrilegio.
"Nature's masterpiece, the Elephant, the only harmless great thing; the giant of beasts" (John Donne - 1612).
Durante questo periodo, abbiamo partecipato ad un safari organizzato dall'hotel, all'interno del parco Tsavo, sia East che West. Io trovo le emozioni di un safari impossibili da raccontare. Ricordo la pista rossa che attraversa l'arida savana, la polvere sulla faccia, in gola, dappertutto negli abiti, le buche e le botte contro il tettuccio del furgoncino. Ma quanto può dare, quanto può valere al confronto l'incontro con una mandria di zebre, o con le giraffe, o con le gazzelle che restano immobili al lato della strada per poi scartare a lato d'improvviso al nostro arrivo? Non parliamo poi degli elefanti, un tempo re incontrastati dello Tsavo ma che ora trovano difficoltà a causa del bracconaggio e della scarsità di alberi da mangiare; e poi sua maestà il leone, fiero, apparentemente placido, sdraiato all'ombra di un cespuglio, scovato dopo lunghe interminabili ricerche nel silenzio del parco.
Il Parco Tsavo è diviso in due parti, Tsavo East e Tsavo West. La prima è più piatta, attraversata da lunghe piste di terra rossa che corrono diritte; io preferisco la seconda, dove tra l'altro abbiamo incontrato più animali, per la bellezza e la varietà del paesaggio, soprattutto nella zona delle Tahita Hills, dove la pista si snoda tra gruppi di grandi alberi, colline verdissime e laghetti di un azzurro intenso.
Ho già parlato dei lodges, ho accennato agli animali, mi resta soltanto una cosa da ricordare: il cielo, un cielo che per noi italiani è non esiste più, azzurro, blu, con nuvole bianchissime o plumbee, che rende l'idea di una profondità indescrivibile, dovuta all'assoluta limpidezza dell'aria.
Ripreso l'amato (e faticoso) treno da Mombasa, i cui ricordo le donne musulmane con il velo nero, la voce del muezzin diffusa nell'aria ed il più forte odore che abbia mai sentito nella mia vita ai gabinetti della stazione, una volta giunti a Nairobi incontriamo di nuovo il simpatico 'Ngurutu, che naturalmente non perde l'occasione per offrirsi come guida per l'ultima escursione, una puntata verso la Rift Valley sulla strada che dirigendosi verso nord porta fino al Lago Turkana. La strada si inerpica sulle montagne, attraversando paesaggi sorprendenti, fatti di grandi vulcani spenti, foreste di conifere e paesini colorati, che riportano più al Sudamerica che all'Africa (tra l'altro qui ho comprato da alcuni pastori un cappello di pelo di capra di qui vado molto fiero, alla faccia dei discotecomani di Malindi). Ci siamo limitati, per motivi di tempo, al Lago Naivasha, vero e proprio paradiso per i bird-watchers, che vi trovano molti uccelli acquatici, come gru e fenicotteri, numerosi soprattutto sulla Crescent Island, sulla quale si può passeggiare a piedi avvicinando tra l'altro con facilità antilopi e gazzelle.
Raggruppati i miei confusi ricordi del viaggio, nella mia mente restano vive tre cose: spazi, colori e gente. Beh, degli spazi è inutile parlare: il dramma è semplicemente che noi non ne disponiamo più, abbiamo riempito tutto lo spazio disponibile, siamo in troppi e ci muoviamo come schegge impazzite. In Kenya lo spazio è enorme, lo sguardo può davvero spaziare ai limiti dell'orizzonte, dove una striscia di nebbiolina grigia rende i contorni indefiniti; e poi lo spazio è lento, lento da sempre, mosso da ritmi naturali che noi abbiamo perso irrimediabilmente.
Per quanto riguarda i colori, sono rimasto esterrefatto: non c'è uniformità di colori, o meglio, l'uniformità è rotta da macchie di colore violente, come possono essere un cespuglio fucsia di bouganville (si scrive così?), o un gruppo di verdissime acacie che si staccano improvvisamente dall'erba bruciata della savana; come possono coesistere la terra arida e polverosa con queste esplosioni di colore vivissimo?
Sulla gente del Kenya, e sugli africani in genere, andrebbe scritto un trattato, non ne ho né la capacità né la competenza. L'impressione è che vivano assolutamente al presente. Il passato "zamani" è un concetto indefinito, non riporta date, e così troviamo che zamani ha creato l'uomo, così come zamani è arrivata la ferrovia. Il presente non è un istante ma un arco di tempo più lungo, che va da una stagione delle piogge all'altra, o da un racconto all'altro. Il futuro, invece, è breve, e accettato con serenità e fatalismo, perché nulla può intervenire a modificare la condizioni esistenti ereditate dagli antenati; e allora, inutile sono l'affanno, la competizione e l'accantonare per eventuali future necessità. Ho letto, in un articolo sul del popolo Masai, che "noi rincorriamo il tempo, loro, seduti all'ombra dei grossi baobab, lo vivono. Noi al mercato ci andiamo per vendere o comperare, loro ci vanno per incontrare, parlare, ascoltare". Ecco perché la gente del Kenya sorride ed è sempre aperta e disponibile, ecco perché le donne si vestono con colori vivaci ed i bambini sono spontanei, immediati e sorridenti.
In internet innumerevoli siti parlano del Kenya; informazioni pratiche, ad esempio si trovano su http://www.accents.demon.co.uk;.
CuriositÃ
"All'inizio dei tempi, il cielo stava giù dove abitavano gli uomini e la terra stava lassù dove ora vedete le nuvole. Erano omenti molto brutti perché in cielo non c'era niente da mangiare e gli uomini avevano molta fame, poiché mangiavano solamente nuvole. Allora si rivolsero al grande dio Tore e lo pregarono di dare loro del cibo, molto cibo per riempire le pance della sua gente. Tore ascoltò la loro preghiera e la terrà calò giù con tutti i frutti e gli animali e gli uccelli e le piante, mentre il cielo salì in alto dove ora vanno gli spiriti di tutti gli uomini che hanno finito di correre nella foresta". Questa è una leggendina africana, raccontata all'autore di un libro di leggende la cui dedica recita: "Dedicato con amore a … che nei miei ritorni nell'Occidente malato e assurdo, prima sonda e poi colma d'affetto le caverne oscure scavate dalla nostalgia dell'Africa lontana e dei suoi animali". ...continua il viaggio

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