Storie di guide
in viaggio con Leandro Ricci in Trentino Alto Adige
A uso di chi, come è probabile, non riesca a trovarli, riferirò alcuni quadretti significativi, non di rado divertenti, che possano dare un’idea di quel mondo scomparso.Così come quella dei Detassis, il cui più celebre rappresentante Bruno ci ha lasciato novantottenne nel 2008, parlare della famiglia Donini equivale a citare una componente del Brenta al pari delle cime, dei sentieri, dei ghiaioni, dei nevai e delle stesse pietre. Originari dei due opposti versanti della catena, Campiglio i primi, Molveno i secondi e legati da salda amicizia, hanno tutti scritto la storia di queste montagne: i Detassis con memorabili ascensioni e la costruzione della Via delle Bocchette, i Donini con lunghi periodi di dedizione alla gestione di rifugi. Celestino fu per decenni l’impersonificazione stessa del Pedrotti (oggi è la volta del figlio Fortunato), prima di diventarlo della Malga di Andalo, a regalare enormi dosi di esperienza e la sua ruvida bonarietà dapprima agli alpinisti e negli ultimi anni ai gitanti che con una passeggiata di un’ora raggiungono quel magnifico alpeggio. Nonostante sia scomparso ormai dal 1981, ancora oggi gli assidui frequentatori di Molveno hanno mantenuto l’abitudine di dire “Oggi andiamo su a farci una polenta dal Celestino?”.
Ma coloro che sono considerati i pionieri delle guide molvenesi furono i fratelli Matteo e Bonifacio Nicolussi. Anch’essi dapprima pastori di pecore al seguito del padre e poi cacciatori dalla mira infallibile, capaci di competere con le volpi in furbizia e con i camosci in agilità, diventarono guide tra le più affidabili: la loro fama si allargò presto oltre l’ambito locale, tanto che sempre nuovi clienti venivano per ingaggiarli a colpo sicuro senza discutere sul prezzo. Sono numerosi gli episodi che fanno capire quale caratterino dovessero avere: si dice ad esempio che, gelosi della loro perfetta conoscenza della montagna, distruggessero talvolta gli ometti di pietre di orientamento eretti dai concorrenti o che spesso decidessero loro dove portare le comitive, ripagandole però con conquiste sensazionali. Tra i clienti di Matteo ci fu nel 1882 anche Edward Theodor Compton, il famoso pittore inglese che con migliaia di quadri, schizzi e disegni fu il primo grande illustratore del mondo dolomitico.
Davvero un grosso personaggio (grosso in senso morale quanto fisico) fu Giuseppe Zeni, soprannominato “Beppaccia” proprio per la sua energia. Difficile immaginare una persona di maggiore generosità, morigeratezza, modestia e onestà; nessuno vide mai Zeni mettere piede in un’osteria, fatto ben raro in tempi in cui quello era l’unico diversivo di una vita dura. L’unica punta di orgoglio la mostrava per la croce di cavaliere ottenuta per meriti alpinistici, riconoscimento sacrosanto per una guida che ancora a settant’anni aveva compiuto un salvataggio durante una discesa dalla Cima Roma. Due aneddoti sono significativi per spiegare l’uomo: il giorno del suo matrimonio, subito dopo la cerimonia si mise in spalla una cucina economica di mezzo quintale e la portò al Rifugio Pedrotti; chi ha risalito quei 1600 metri con un semplice zainetto sa che non è uno scherzo, ma Beppaccia si era preso l’impegno e volle rispettarlo. Quando poi alla fine della Grande Guerra ritrovò la cassaforte abbandonata a Molveno dagli Austriaci in fuga, volle ad ogni costo restituirla intatta, tra le rimostranze dei compaesani e nonostante egli stesso avesse a suo tempo dovuto contribuire a un prestito forzoso di guerra.
Un’altra stirpe di eccellenti guide molvenesi è quella dei Giordani. Enrico, classe 1909, fu uno dei pochi esempi in cui la necessità di lavoro fu affiancata da una grande passione fin dall’infanzia. Già all’età di dieci anni si accodava di nascosto alle guide per impararne i segreti, a quattordici portava i viveri a spalla al Rifugio Pedrotti e a diciassette, accompagnato un cliente a vedere la Cima Tosa, “già che era lì” lo portò fino in vetta. Saputa la cosa, il padre, già con la mano alzata per mollargli una sberla, si fermò quando Enrico tirò dalla tasca le monete sonanti appena guadagnate. A diciannove anni ne fece un’altra delle sue, a dimostrazione di un carattere non meno tosto di un Nicolussi o di uno Zeni: dopo la sua prima ascensione al Campanile Basso insieme con Silvio Agostini, un compaesano insinuò che ce l’aveva fatta solo perché la grande guida lo aveva “tirato su” con la corda; senza scomodarsi a rispondere con parole alla provocazione, dopo appena una settimana accompagnò alla base del “Basso” lo scettico, lo legò a sè e con grande perizia lo portò in vetta.
Enrico si distinse in particolare per la capacità di infondere ai clienti, anche nelle situazioni difficili, un’assoluta sicurezza, dote essenziale anche nelle numerose operazioni di salvataggio alle quali partecipò. Gli accadde una volta di correre in soccorso di una comitiva tedesca bloccata in parete da un’improvvisa bufera di neve, dalla paura e dalla stanchezza: in condizioni proibitive, in particolare tagliando una corda che si era arrotolata intorno a una ragazza rischiando di soffocarla, riuscì a portare tutti in salvo al rifugio, dove si buttò subito a letto, anch’egli esausto. Al suo risveglio i tedeschi se n’erano già andati senza un saluto né un ringraziamento, lasciando solo pochi spiccioli sul tavolo. Non solo, dopo qualche tempo giunse una lettera di protesta del Club Alpino Germanico perché Giordani aveva distrutto una corda di loro proprietà!
A volte capitava anche questo: non sempre era ripagato con la stessa generosità chi metteva a rischio la propria vita per salvare quella altrui.

Your email is never published nor shared. Required fields are marked *










