Trentino Alto Adige

Il Croz dell'Altissimo, un "classico" del Gruppo di Brenta

in viaggio con Leandro Ricci in Trentino Alto Adige

Per la via di ritorno, si può scegliere la medesima di salita, ma non mancano le alternative, tutte di grande appagamento per la tranquillità che caratterizza questo settore del Brenta, lungi dall’affollamento della zona centrale dovuto alla presenza di parecchi rifugi. Tornati al “nodo” rappresentato dal Passo dei Lasteri, si può ad esempio salire all’omonima cima in circa mezz’ora o aggirarla fino al Passo del Clàmer calando da qui all’idilliaca conca di Malga Spora e infine ad Andalo, oppure ancora concedersi un pizzico di avventura scendendo per i ripidi ghiaioni della Vallazza fino al Rifugio Croz dell’Altissimo (m.1430) ai piedi della formidabile parete sud-ovest della montagna.
Nell’occasione descritta ci limitammo a scendere lungo la via di salita, anche per i motivi che vado a spiegare.

Ho parlato di “il misto di meraviglie e di sofferenza” a proposito della mia ascensione al Croz a fine anni settanta. Ho già riferito in altri miei diari che il Gruppo di Brenta fu il mio “battesimo” con la montagna vera, dopo una decina d’anni di escursioni nell’entroterra ligure e basso Piemonte: sono peraltro aree da non sottovalutare, non essendo infrequente affrontare dislivelli di oltre mille metri tra il mare e le numerose cime che sfilano lungo l’AVML (Alta Via dei Monti Liguri) e il fenomeno della nebbia che spesso si incontra sulla linea spartiacque e sul versante padano.
Quando dico “sofferenza” non mi riferisco quindi alle condizioni fisiche, che erano anzi ottimali a trent’anni di età, con una pratica costante del sano “andar per monti”, in aggiunta a un po’ di attività calcistica e tennistica. Parlo invece di inadeguatezza nell’approccio per mancanza di esperienza, anzi è proprio per andare a parare su questa nota dolente che ho descritto questa ascensione. Innanzitutto l’attrezzatura, in tutti e quattro i partecipanti approssimativa se non risibile. Nel mio caso, calzoni alla zuava di velluto pesante, camicia di flanella e giacca a vento, ben presto strumenti di tortura in quella giornata caldissima di inizio settembre: quindi prima lezione, portare nello zaino calzoni corti e una maglietta leggera di ricambio. Appunto, lo zaino: pensando di fare solo passeggiate nei dintorni di Molveno non lo portai da casa ed acquistai per pochi soldi una di quelle sacche di fortuna che piegate stanno in tasca ma che una volta riempite diventano una massa informe ad ulteriore supplizio per la schiena; all’interno, un’esagerazione di viveri, quando ben presto avrei imparato che per una gita di un giorno basta poco, più che altro prodotti energetici e parecchia acqua. L’acqua, altra nota dolorosa: ne portammo una borraccia da litro a testa che si dimostrò ridicolmente poca tanto da esaurirla già prima di toccare la cima; la discesa fu quindi un calvario, in particolare sull’interminabile Conca dei Mandrini arroventata da sole, e appena giunti al Rifugio la Montanara ne depredammo il bar!
Non ho dimenticato le calzature, ce n’è anche per quelle! Portai da casa un paio di vecchie pedule, sempre per la serie “tanto non conosco nessuno, farò giusto qualche passeggiata per cominciare a conoscere il posto”: risultato, la suola ormai liscia mi creò più di un problema soprattutto in discesa, con l’aggiunta delle vesciche prodotte dalle spesse calze di lana direttamente alla pelle senza la “barriera” di un paio di cotone sottile.

Una bel campionario di comportamenti da non imitare, come vedete: una bella lezione che non ho più dimenticato e che a distanza di oltre trent’anni si sovrappone al ricordo di un’escursione che rimane splendida e consiglio vivamente.
Ma… mi raccomando: non fate come me! ;-)

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