Marche

Viaggio dell'anima

in viaggio con Giovanni Rizzoli in Marche

In cucina

"Lo salato": antipasto a base di prosciutto, salumi, lonze. Gnocchi con la papera (anitra). Tagliatelle fatte in casa. Cucciole: lumache in padella con finocchio. Vincisgrassi: pasta all’uovo a strati, lessata, con ragù, besciamella, fegatini di pollo. Frascarelli. Coniglio in porchetta. Oca arrosto: tipico piatto della mietitura. Carciofo monteluponese. Vino. Ortaggi e frutta. Scroccafusi: dolce del periodo carnevalesco. Pupi di lievito. Vino cotto. Miele. Olio extra vergine di oliva.

Itinerario

Basta! Torno a Montelupone.
Giorni fa, in una giornata trasparente come uno zaffiro, son tornato a Montelupone, città dolcissima e colta, distesa sulla sua collina, a dieci chilometri da Macerata, l’Atene delle Marche. Da una terrazza aperta sulle valli, contigua alla piazza quadrata, si scorge la neve sui Sibillini. Immagino garruli sciatori a Sarnano e a Pizzo di Meta. La sagoma ottocentesca del Palazzo comunale è ornata di lapidi ben conservate, che testimoniano al popolo dell’età modernissima gli eventi dei secoli andati. Le bandiere, italiana ed europea, si muovono appena, fa ancora caldo e, come quelle, vengo pervaso da una placida indolenza. Sulla torre merlata del ‘300 lo stemma è bianco nel marmo, incastonato sul mattone secolare.
Qui vita esisteva già nel VI secolo a. C., al tempo della Civiltà Picena, come testimoniano i reperti archeologici, quando le più famose città, come la Ville Lumière Parigi, non esistevano ancora nella mente di Giove, perché lui stesso era appena nato. Ma son certo che altre ricerche potranno dimostrare un’età ancora più antica. Non molto distante gli scavi di Arcevia datano la presenza umana a ventimila anni fa. In epoca romana diverse dimore patrizie erano sparse nei punti più suggestivi del territorio comunale, in località Cervare di Montelupone sorgeva il tempio di Apollo.
Per le strette vie osservo case di bambola, curate e gentili, che espongono il verde e i colori di una piccola collezione di piante in vaso, ebbre di sole ottobrino.
Entro al Caffè del Teatro, che sta sotto la loggia del Comune, ed effettivamente dà accesso al Teatro comunale, grazioso come una bomboniera e finalmente restaurato con la puntigliosa attenzione che si dedica a un lavoro al tombolo. Il Caffè è totalmente rinnovato, comodo e luminoso, con sale per fermarsi alquanto a dire del più e del meno e (udite, udite!) con una perfetta postazione Internet per i computerdipendenti.
Montelupone mica te la racconta tutta: solo se cerchi e chiedi scopri il passato garibaldino e mazziniano, e lo conferma la scritta su Palazzo Emiliani, luogo preferito per i raduni carbonari. Luogo per nulla defilato e nascosto essendo a fianco di Porta… la prima via d’accesso al centro storico, e neppure dovevano essere incontri troppo segreti, tant’è che poi i sovversivi dal cuore italiano furono tutti arrestati. Il tributo eroico di questa gente in ogni guerra d’indipendenza italiana, africana e nella prima e seconda guerra mondiale fu dato sempre con semplicità, modestamente, silenziosamente, con ferrigna fortitudine atavica. Questa gente è figlia di una terra dolce e superba a un tempo. Grande coltivatrice di campi, esperta di mare e di pesca. Ha una parlata armoniosa, ma è in silenzio che ha solcato tutti i mari e dissodato le terre di tutto il mondo.
Dalla piazza mi sposto prima al Parco Franchi e poi ai giardini, seguendo le mura medievali, fra voli di tortore in coppia, rondini in festa e farfalle ubriache nel blu. Scopro la valle che rotola giù fino al mare, in dieci chilometri si scende dai 300 metri di questo colle al livello dell’Adriatico “selvaggio”. Quindi ce n’è per tutti i gusti, di panorami. Da una parte monti altissimi e dall’altra il mare, direbbe Giacomo Leopardi: "... e quindi il mar da lungi quindi il monte". Bisogna fermarsi qui, su un’accogliente panchina all’ombra dei pini marittimi, bisogna fermarsi e accendere una sigaretta. Così si comprende in pieno che intendeva il Poeta citando: “Interminati spazi e sovrumani silenzi”.
Sul finire di questo ottobre ritorna la stagione bella per i paesi di collina e di mare, che sono un incanto di armonie, un panorama che ti mozza il fiato non appena ti affacci a una finestra. Io sono fortunato proprietario di una di quelle finestre, un quadro vivente e cangiante di nuvole e ombre, in una casa di bambola inserita nelle mura medievali di Montelupone, oblique e larghe, per resistere a chissà quali assalti. Mura di mattoni a vista e profumate da tigli e cipressi. Fino a qualche anno fa sulle mura apparivano piante selvatiche di cappero. Ma le cure per l’ambiente le hanno fatte sparire e me ne dispiace un po’. Sono scomparse anche le osterie, e questo mi dispiace ancora di più: in una di queste era possibile farsi un bicchiere traendo il vino direttamente dalla damigiana, fornita del classico tubo di gomma e spinello. Dalla finestra si domina gran parte della provincia, dal Monte Conero a Civitanova. Quella parte che guarda verso il mare, di un azzurro intenso, che fa da sfondo alle sommità dei colli popolosi e delle torri di Potenza Picena, Loreto, Recanati. Qui aleggia immutabile, e palpabilmente, la poesia e l’anima di Giacomo Leopardi. La campagna appare attonita, dopo la grande stagione delle messi. E’ un’ineguale scacchiera che intercala il color bruno delle recenti arature ai campi più chiari e asciutti, dove il lavoro è fatto e già è presente il seme, affidato all’alea delle intemperie puntando a un nuovo raccolto. L’agricoltore è un giocatore d’azzardo, scommette le sue risorse nella semina annuale, ma non può sapere se la sua fatica riuscirà vincente o perderà tutto. Il clima è generalmente dolce, ma la Bora settentrionale, dopo aver squassato Trieste, può arrivare fin qui, non ostacolata dal mare aperto. Ma resta ancora tanto verde, l’ultimo taglio dei trifogli attende, le vigne verdeggiano ancora, dopo aver dato grappoli pregiati di Rosso Conero, Rosso piceno, Verdicchio. E molto argento brulica al sole, per la gran quantità di olivi. Qualche prato stabile è punteggiato dal vello bianco di piccole greggi.
Ritorno verso il centro, forse il tabaccaio ha aperto, lungo il Corso Regina Margherita, soffrendo acutamente per certe architetture nuove, in parte da ultimare. Belle, ma d’anima diversa e irriverente verso le costruzioni più antiche.
Anche qui, come in tutti i paesi piceni di collina, trovate insieme campane armoniose, Madonne dolcissime, e cippi e targhe a ricordo di patrioti e uomini pregiati che nessuno conosce. Ovunque si confondono ricordi francescani, lapidi carbonare, cenni a studiosi e artisti ignoti. E’ una terra che fabbrica di continuo e nel silenzio germi d’intelligenza che scoppieranno, portati dal vento, chissà dove.
Ancora oggi nelle Marche, specie al sud di Ancona marinara e delle raffinerie di Falconara, il lavoro è poesia, che erompe e fiorisce dall’azione, dalla quotidiana fatica. Non saprei decidere se lavorare qui sia più faticoso o più melodioso. Resto sempre ammirato dalla misura, dalla parola equilibrata, da quella organizzazione cosciente che è una delle caratteristiche picene, così con le rime come col pennello, col bulino o la sgorbia, nella musica e nel lavoro intellettuale e manuale, indifferentemente.
Nella valle del Chienti, andando per diletto e per vacanza, incontro minuscoli cimiteri, vigilati da alte alberature, che nessuna tema, nessun velo impongono al buonumore. Anzi, se una riflessione mi sfiora, sull’evento più temuto dai viventi, è che non c’è giustizia neppure oltre il gran passo. Chi giace qui, fra tanta pace e i fiori sempre freschi della “pietas” familiare non può essere all’Inferno, qui il Diavolo si pentirebbe e all’inglese, zitto zitto, se ne andrebbe in punta di piedi verso altre contrade. ...continua il viaggio

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