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La Settimana Santa a San Demetrio Corone

Viaggio di: Ci Sono Stato
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San Demetrio Corone, da cui si ha una visione completa di tutta la Piana di Sibari e della catena del Pollino, si affaccia sul versante destro della bassa valle del Crati ed è il più importante centro culturale delle colonie albanesi d’Italia. Il paese ha origini antichissime, costruito presso l’abbazia basiliana di Sant’Adriano, fondata nel sec. X da San Nilo di Rossano, ma ancora prima si ha notizia di un borgo citato col nome di Situ Sancti Dimitri, in ricordo del santo greco.
Nel 1471 l’abate archimandrita Paolo Greco decretò l’impegno ad accogliere i profughi albanesi a seguito del Duca Teodoro Lopez nel casale di San Demetrio, con la facoltà di coltivarne le terre. Nel 1524 gli Albanesi di Corone, città della Morea nel Peloponneso, vennero accolti dall’Imperatore nel Regno di Napoli, da cui il nome Corone che venne aggiunto al primitivo nome nel 1863.
Il territorio di San Demetrio Corone, in provincia di Cosenza, si estende lungo le colline della Sila Greca per circa 7500 ettari. Non essendo omogeneo, le quote topografiche variano: a sud, più accidentato, l’altitudine raggiunge gli 800 metri mentre a nord oscilla tra i 400 e i 40 metri. E’ attraversato dai torrenti Galatrella, Mizofato e Muzzolito, affluenti del fiume Crati. La parte più alta, che comprende le zone di Buttorino, Castagna Rotonda, Calamia e Poggio, presenta una vegetazione ricca di castagneti, mentre procedendo verso nord il territorio è caratterizzato da pianure, spesso coltivate a uliveti. San Demetrio Corone presenta, nel complesso, caratteristiche morfologiche simili a quelle di altri paesi arbëreshë della Calabria.

Durante le festività pasquali vengono rivissuti, nella ricca e mistica simbologia orientale, la Passione, la Morte e la Resurrezione di Cristo.
La Grande e Santa Settimana Pasquale (“Java e Madhe”) parte dalla Domenica delle Palme (“e Diela e Dhafnes”) e termina con i Vespri della domenica di Resurrezione. I fedeli si recano in processione in un luogo sacro (Calvario) per ricordare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, dove la folla l’accoglie festosamente.
Nei primi tre giorni della Settimana Santa si celebra la Liturgia dei Presantificati. Si canta il Tropario con il tema dello Sposo (Ninfios) e si porta in processione l’icona di Cristo Sposo per deporla nel tetrapodio, davanti all’iconostasi. Nella tradizione popolare del Santo e Grande Mercoledì è ancora viva l’usanza di sistemare davanti all’altare il grano germogliato che abbellirà il sepolcro del Signore, “Sumbullkun”, come simbolo dell’immagine di Cristo e della sua Resurrezione.
La mattina del Giovedì Santo il Vescovo nella cattedrale consacra gli oli santi di cui si farà uso durante l’anno (Messa del Crisma). Nella stessa giornata avviene la “lavanda dei piedi” degli apostoli da parte del papàs. Gli apostoli sono rappresentati da dodici uomini della comunità, seduti attorno a un lungo tavolo su cui sono posti dodici dolci pasquali contenenti uova rassodate (“kuleçë”).
A notte inoltrata, si leggono i dodici brani dei Santi Evangeli che ripercorrono le tappe della Passione. Al termine del quinto evangelo, mentre il papàs porta il Crocefisso in processione, attraverso le navate del Tempio, i fedeli cantano: “E keqja penë” (La grande sofferenza), una commovente composizione del poeta Giulio Variboba, e poi: “E gjegjni e mirrni vesh” (Ascoltate e porgete orecchio). Mentre si ritorna a casa, si bussa alle porte di parenti ed amici, intonando: “ngrëheni motra e vëllezëra pse një vdekje e keq bëri Krishti…” (Alzatevi sorelle e fratelli perché una brutta morte ha fatto Cristo).
Giovedì e Venerdì le campane della Chiesa restano mute. Nella mattinata di Venerdì Santo, durante la liturgia, il celebrante copre con il sudario il Crocefisso e lo depone sul Santo Sepolcro.
In serata la solenne e commovente processione attraversa tutto il paese, accompagnata dai canti della passione in lingua arbëreshe e in italiano. I ragazzi suonano la “troka”, strumento di legno dal nome onomatopeico.
Sabato Santo le campane suonano a festa per preannunciare la Resurrezione. Il papàs sparge fiori e profumi sui fedeli. La notte le donne si recano con una disorganizzata processione alla fontana dei monaci del Collegio di Sant’Adriano per il rito del “rubare l’acqua”. Si incontrano tra loro per strada ma è loro proibito parlare, e i giovani le punzecchiano con una forcella di legno (“dhokaniqa”). Soltanto dopo aver bevuto l’acqua potranno tornare a parlare e scambiarsi gli auguri. Le donne che escono di casa e non parlano richiamano quelle descritte dal Vangelo che camminano silenziose nelle strade per non essere scoperte dai soldati romani. Ma il silenzio richiama anche la colpa che ricade su tutti gli uomini per aver crocefisso Gesù; in tal caso, l’acqua opera la catarsi e il ritorno alla parola è collegato alla Resurrezione di Cristo. ...continua il viaggio »

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