Articolo di Roberto Pratolongo
Sulla carta dell'Europa l'Islanda è in alto a sinistra, ma solo un mappamondo - evitando la distorsione delle proiezioni - ci fa capire quanto quest'isola sia distante. Saremmo però ancora ingannati se ne pensassimo la lontananza da noi in termini di chilometri: la scala più giusta è quella dei milioni di anni. Per chi la visita è inevitabile pensare di essere finito in un mondo preistorico, in cui la lotta per la creazione del territorio tra l'acqua del ghiaccio e il fuoco della lava non si è ancora placata.
A parte la capitale, quest'isola artica grande come il Nord Italia è in pratica disabitata, con solo pochi paesi di pescatori e allevatori. A collegare i paesi e le fattorie isolate c'è una sola strada carrozzabile, neanche tutta asfaltata: tolta questa, esistono solo dei percorsi sterrati in cui anche i mezzi a trazione integrale possono far fatica a passare.
Un territorio così particolare non si fa visitare facilmente, tanto meno a piedi. Compiervi un trekking si rivela un'esperienza coinvolgente ed emozionante come poche: il percorso che ho seguito con un gruppo di 16 persone per sette giorni, qualche estate fa, va dalla località di Landmannalaugar nell'interno a Þorsmork sulla costa. L'itinerario si snoda da rifugio a rifugio, gli zaini sono pesanti perché occorre essere del tutto autosufficienti.
Al punto di partenza arriviamo in pullman, seguendo una lunga pista dal fondo sconnesso, nero di pietra lavica.
Il paesaggio attorno al primo rifugio offre un fantastico caleidoscopio di colori: rocce vulcaniche striate di rosso o gialle di zolfo, distese di neve bianca e scarsa vegetazione verde brillante.
Da spaccature del terreno si sprigionano soffi di vapore: uno di questi riscalda un laghetto facendone una piacevolissima piscina naturale.
Il percorso, poco segnalato, segue lunghi saliscendi. Si incontrano anche dei prati d'erba, ma in genere l'unica vegetazione è un tappeto di licheni che dispiace persino calpestare: la sensazione di stare sul confine tra l'organico e l'inorganico, senza essere angosciante, è molto forte.
Il sole a mezzogiorno, in agosto, è alto come da noi d'inverno, ma sorge alle 4 e tramonta alle 23, e non fa mai veramente buio: anche questo contribuisce alla sensazione straniante. La luce aumenta il contrasto dei chiaroscuri delle rocce e della neve, e il panorama è particolarmente emozionante.
Ogni tanto occorre fare dei guadi, necessariamente camminando nell'acqua gelida. Il paesaggio cambia continuamente, anche all'interno della stessa giornata: una tappa spazia tra verdi colline e piccoli laghi, un'altra è un deserto roccioso; solo al quarto giorno vediamo i primi alberi, non più di basse conifere, e i primi animali, stolide pernici artiche.
Ci rendiamo conto di essere gli unici escursionisti in giro, nei rifugi spesso ci sono solo i gestori. In un camping incontriamo finalmente un po' di gente, c'è una festa di mezza estate; dopo una notte in bungalow riprendiamo il cammino.
Le ultime due tappe del trek sono le più dure: si svolgono a quota relativamente alta, per metà sulla neve, e facilmente si trova brutto tempo. Sul libro dell'ultimo rifugio leggiamo drammatici racconti di dispersi. Per finire, affrontiamo un'interminabile discesa sotto la pioggia, lungo il ciglio fangoso di un canyon, fino allo spettacolo finale della splendida cascata di Skogafoss che ci fermiamo ad ammirare prima di muoverci verso la fermata dei pullman. ...continua il viaggio »
