L'Etiopia, il popolo che cammina - Parte seconda
in viaggio con Leandro Ricci in Etiopia
Lasciata la Piazza d'armi, sulla destra si apre un piazzale minore su cui prospettano i resti della Biblioteca di Yohannes I (1667-1682) e a destra i ruderi della sua Cancelleria. Poco più avanti, fortemente scenografico, sorge il Palazzo di Fasiladas (1632-1667), a due piani, con slanciati portali, quattro torri angolari rotonde e un torrione quadrato: l'edificio, attribuito a un architetto indiano, è quello che più sintetizza il citato miscuglio di stili nell'area di Gondar.Subito a fianco del Palazzo e ad esso collegato da un rialzo del terreno, si erge il Castello di Iyasu I il Grande (1682-1706), detto anche Castello della Sella per la sua forma, con due piani e tre torri su tre angoli: l'interno, un tempo fastosamente decorato con specchi veneziani, sedie, lamine d’oro, d’avorio e dipinti alle pareti, fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1704 e da un attacco aereo inglese nel 1941, ed oggi è del tutto spoglio.
Tra i tanti altri edifici compresi nel Recinto Imperiale, citiamo ancora quelli risalenti al regno di Dawit III (1716-1721): la Sala dei Cantori (che ospitava cerimonie religiose e laiche e grandi feste canore), la Casa del Bistro o Casa degli Sponsali, destinata alle feste nuziali, l’antica chiesa palatina di Attatami Quddus Mikha’el, i resti del Bagno Turco, la Casa dei Leoni (che fino a poco tempo fa ospitava leoni abissini) e la Casa del Capo della Cavalleria.
Lasciato il Recinto Imperiale, tanto più apprezzato essendo gli unici visitatori, ci rechiamo ai Bagni di Fasiladas, distanti un paio di chilometri a nord-ovest. Si tratta di un padiglione rettangolare a due piani sormontato da merli e circondato da un’ampia piscina, alla cui sponda è collegato da un ponte. Fu un luogo di svago per i negus, ma sede anche di importanti celebrazioni religiose: ancora oggi vi è celebrata la festività di Timkat, l’epifania ortodossa. Più tardi il padiglione fu trasformato in chiesa e dedicato a San Basilides, dal nome del fondatore della città. Il complesso è circondato da mura con sei torri rotonde delle quali quattro ancora esistenti. Oggi la piscina è vuota, la cerchia di mura in via di essere avviluppata da immense radici, ad acuire il senso di abbandono ispirato dal luogo: per fortuna è stato avviato un programma di restauri finanziato dal governo norvegese, di cui sono testimonianza le - per quanto rudimentali - impalcature in legno che fasciano il padiglione.
Ciò appare emblematico dell'Etiopia odierna: è un Paese ricco di attrattive ambientali, artistiche, storiche, architettoniche di prim'ordine, per la valorizzazione e il recupero delle quali deve contare quasi esclusivamente su contributi internazionali. Per fortuna ci sono (almeno, quelli che non si impantanano nei meandri governativi) e ne vedremo svariati esempi nel corso del viaggio.
Dirigiamo ora, circa 2 km a nord-est di Gondar, verso quello che è riconosciuto come uno dei luoghi di più alta spiritualità dell'intera Etiopia. Su di un’altura di 2239 metri sorge la chiesa di Dabra Berhan Sellassie “Monte di Luce della Trinità”, fondata da Iyasu I il Grande e consacrata nel gennaio 1694. Varcato un primo recinto e poi una porta-torre a due piani, si entra in un secondo recinto scandito da torrioni: qui, di grande suggestione, sorge la chiesa in blocchi di pietra a pianta rettangolare absidata, con tetto di paglia sporgente sostenuto da pilastri. L'interno è una fantasmagoria di dipinti nella quale ci si può realmente "perdere": oltre alle innumerevoli figure di Santi e a quelle della classica iconografia cristiana, quali la Madonna con bambino, l’Annunciazione, la passione di Cristo, il Giudizio finale, la Trinità, la Crocifissione, ne spiccano di curiose, vedasi Maometto incatenato su un cammello condotto dal diavolo e la raffigurazione dei supplizi dell’inferno che agli appassionati di pittura fiamminga può richiamare le visioni truculente di Hyeronimus Bosch. Vero "manifesto" della chiesa è però il magnifico soffitto a travi lignee decorate da 80 teste di Serafini, talmente famoso da ricorrere ovunque: cartoline, libri, posters, dépliants, magliette, ogni tipo di oggettistica.
Un altro interessante complesso nei dintorni, purtroppo in parziale abbandono fra le sterpaglie, è il Castello di Kusqwam, costituito da una chiesa e un palazzo imperiale turrito fatti costruire dall’imperatrice Mentewwab su un colle dal quale si ammira un bel panorama su Gondar. Il palazzo, suggestivo nella luce calda del tramonto, presenta decorazioni esterne in tufo rosso vulcanico: croci, animali e personaggi tra cui San Samuele a cavallo del leone. Il nome di Kusqwam fu scelto da Mentewwab in ricordo della località più meridionale dove la Sacra Famiglia si sarebbe fermata durante la sua fuga in Egitto.
Siamo a fine pomeriggio e prima di rientrare in albergo c'è ancora il tempo per un ultimo singolare luogo di visita situato 6 km. a nord di Gondar: si tratta del villaggio di Wolleka, una piccola comunità di Felasha, gli ebrei d'Etiopia. Non credo siano molti i turisti a spingersi qui: un'ottima occasione per immergerci in una quotidianità lontana dagli stereotipi. "Assediati" - manco a dirlo - dalla solita torma di bambini, acquistiamo volentieri oggetti di piccolo artigianato ed abbiamo anche modo di assistere all'impasto e alla cottura (con immancabile assaggio) dell'injera, il piatto tradizionale etiopico descritto nella prima parte.
Giovedì 19 ottobre 2006
Gondar - Aksum (km. 270)
Programma di viaggio alla mano, si legge che la giornata odierna è "liquidata" in poche righe: puro trasferimento verso nord lungo la strada n.3 per 270 chilometri da percorrere in circa dieci ore, con solo soste tecniche e nessun luogo di interesse da visitare. ...continua il viaggio

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