Eritrea

L'Eritrea lungo la Strada degli Italiani

in viaggio con Adriano Socchi in Eritrea

Infine, passeggiando sempre per Liberation Avenue, vediamo il tipico saluto degli ex-combattenti che consiste nello stringersi la mano dandosi contemporaneamente tre spallate con la spalla destra. Ci colpiscono, poi, le acconciature delle donne, le quali amano acconciarsi i capelli in infinite e minuscole trecce.
La strada da Asmara a Massawa è - a tutti gli effetti - una strada alpina, con tanto di pendenze impossibili e innumerevoli tornanti. Ci s’ingannerebbe facilmente se non fosse per le carovane di cammelli e dromedari che s’incontrano lungo il percorso e le innumerevoli piante grasse, cactus e fichi d’india, che ricoprono i pendii delle montagne.
A Dangolio una lapide ricorda i soldati italiani, "immolatisi per la patria", nella battaglia del 28 gennaio 1886. Nel piccolo ufficio adiacente un grosso album che raccoglie le firme conserva le emozioni di quanti ci hanno preceduto e adesso anche le nostre. Subito dopo attraversiamo il celebre ponte, noto a noi italiani e ancor di più a noi piemontesi, in quanto reca la scritta "Ca custa lon ca custa", l’unica frase in dialetto piemontese presente in tutta l’Africa.
Sarà per il brusco passaggio dal clima secco e gradevole della montagna a quello caldo e umido del mare, sta di fatto che troviamo Massawa davvero insopportabile! E dire che, dal punto di vista meteorologico, siamo nel periodo migliore dell’anno. Massawa ha più l’aspetto di un paese che di un grande agglomerato. A Massawa Island, il cuore della città, ci aggiriamo tra vicoli ed angoli appartati per venire a contatto con la gente del luogo, davvero ospitale e ben disposta a dialogare. Conosciamo così un gruppo di donne intente a cuocere una specie di "farinata" in forni di fortuna, bidoni per il petrolio al cui interno viene fatta bruciare della legna e chiusi, nella parte superiore, da un coperchio dove si fa colare l’impasto. C’invitano a bere una specie di birra fatta in casa, la "sura". Per non essere scortesi accettiamo, ma ingurgitiamo la bevanda con estrema fatica, sperando allo stesso tempo nell’efficacia dei vaccini. Su una piccola piazzetta delle ragazze ci offrono altra birra, l’Asmara beer, senza dubbio un altro bere. Tutto si svolge fuori, all’aria aperta: si parla, si gioca, si dorme, si mangia, si ascolta la musica, ecc. ecc.
Il giorno seguente compiamo un'escursione negli immediati dintorni di Massawa, in direzione Gurgusum, con l’intenzione di far visita ad un insediamento di etnia Rashaida. Dopo la delusione per non essere riusciti a vedere nessuna tribù di etnia Bilene speriamo di incontrare almeno quest’ultimi. Una piccola speranza perché - tra i nove gruppi etnici - i Rashaida sono i meno numerosi e oltretutto nomadi. La fortuna è con noi. Troviamo un villaggio senza quasi cercarlo, ai bordi della strada. Lasciamo l’asfalto ed imbocchiamo una pista brutta, ma breve. Un nugolo di bambini ci corre incontro e ci accompagna festante fino all’accampamento. Trattandosi di una popolazione mussulmana le donne adulte portano il velo che - a differenza di altri posti - si evidenzia per essere finemente ricamato.
Ritornati in città cerchiamo Mohammed Gaas per organizzare la mini-crociera alle isole Dahlak. Una volta terminata la contrattazione e definito il tour, noi davanti a una fredda bottiglia di Coca-Cola e lui, a dispetto del caldo, a un bicchiere di tè bollente, intraprendiamo una piacevole conversazione. Mohammed Gaas, vecchietto di 78 anni, è un manuale di storia. Ricorda quando il treno transitava di continuo per andare a caricare le merci delle navi, di quanto sotto l’Impero l’Eritrea fosse prospera. Parlando degli Italiani distingue i monarchici dai fascisti: buoni i primi e cattivi i secondi! Ricorda ancora molto bene l’apartheid quando, per esempio, non poteva entrare al "bar Savoia" o sedere sugli autobus.
Durante la notte emerge il lato più negativo di Massawa. E’ sufficiente fermarsi lungo la strada rialzata che collega Massawa Island con Taulud Island per essere abbordati. Questo è quanto capitato a me e Cece. Due giovani ragazze, dall’età apparente di 16 anni, s’avvicinano chiedendoci dei soldi ed esortandoci a seguirle nella propria casa. A Massawa la prostituzione è fiorente e reca con sé la piaga dell’AIDS. Malnutrizione e l’AIDS rappresentano un binomio micidiale e un grave problema.
Mohammed Gaas porta dei grandi occhiali e cammina aiutandosi con il bastone, è - a tutti gli effetti - un’agenzia di viaggio ambulante. Come lui stesso spiega, non ha un locale specifico, con tanto di scrivania e di sedie, dove ricevere i clienti per le trattative: qualsiasi luogo va bene per organizzare un tour alle isole Dahlak. Cosi è anche per noi e così in poco meno di un’ora organizziamo la mini-crociera al tavolo del bar dell’Hotel Dahlak, compresi i permessi necessari per visitare le isole rilasciati dall’ufficio dell’Eritrean Shipping Lines. Facciamo scorte in un negozio di alimentari di Massawa: dato che i pasti, come spiegatoci da Mohammed, consisteranno in piatti di pesce, di volta in volta, pescato durante la navigazione, le spese si concentrano principalmente nell’acquisto di bottiglie d’acqua, ben 15 da un litro e mezzo, tre sprite da due litri e alcune birre.
L’indomani alle 07.30, il sambuco - la tipica imbarcazione del posto - è già nel canale antistante il nostro hotel con l’equipaggio al completo, il capitano, tre marinai e il cuoco, pronti a salpare. Il sambuco, come si legge sulla carena, si chiama Amel, ha una lunghezza di 18 metri e un albero alto una decina. Una volta a bordo issiamo la bandiera di Culture Lontane (il nome della nostra agenzia), con la speranza di incontrare altri viaggiatori affinché la possano ammirare, ma non la vedrà nessuno. I giorni trascorsi in barca saranno scanditi da un monotono alternarsi di bagni, snorkelling, pranzi e bagni, snorkelling, cene! Alla consuetudine delle giornate fanno da contraltare, però, indescrivibili emozioni.
Delle 350 tra isole, isolotti e banchi corallini che si trovano al largo delle coste dell’Eritrea, nel Mar Rosso, all’incirca all’altezza di Massawa, soltanto 200 fanno parte dell’arcipelago delle Dahlak. Anche se ufficialmente non appartengono all’arcipelago, le isole di Dissei e Madote ne fanno ufficiosamente parte in quanto si trovano nella medesima area geografica e hanno la stessa conformazione fisica.
Si parte verso il mare aperto, Massawa scompare alle nostre spalle mentre all’orizzonte, di fronte a noi, inizia a materializzarsi la sagoma dell’isola di Dissei. Il capitano non punta la prua del sambuco verso l’isola, ma più a nord, in un punto dove pare emergere un banco corallino.
Il mare sembra divertirsi a cambiare colore. Blu intenso là dove l’acqua è profonda, tonalità più chiare e verdi a ridosso della barriera corallina, quindi verde chiaro e bianco dove è profondo appena un metro. Ancoriamo in mare aperto e con il piccolo fuoribordo che trainiamo a poppa approdiamo su una piana di sabbia che vista da lontano, dall’alto del sambuco, sembra un atollo appena sotto il livello del mare. In questo luogo sperduto, in mezzo al Mar Rosso, facciamo il nostro primo bagno. L’acqua è davvero calda. Brilla, talmente è pulita e cristallina. Mai avevamo fatto un bagno in acque più belle, neppure alle Maldive e ai Caraibi. Di fronte a dell’acqua tanto invitante ci lasciamo andare in un bagno senza fine. A trecentosessanta gradi solo mare, ad eccezione del piccolo motoscafo e, più lontano, del sambuco. Questo è soltanto il primo dei motivi che fanno di questo posto, del Mar Rosso, un luogo incantevole. ...continua il viaggio
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