I San del Kalahari: l'incontro con un popolo affascinante e misterioso

Un viaggio emozionante nella cultura e nelle tradizioni dell’antica tribù San del Kalahari

I SAN DEL KALAHARI

Non ci sono molti alberghi che offrano la possibilità di incontrare i San, i mitici Boscimani del Kalahari. Ce ne saranno tre o quattro, in gran parte centrati nell’area di nord - est.
I Bushmen hanno delle caratteristiche tali da rendere irrinunciabile una visita ai loro villaggi, che dia la possibilità di venire a contatto con la loro civiltà.
Fino a 40/50 anni fa vivevano come all’età della pietra: niente ruota, niente pastorizia, niente metalli, niente agricoltura. Si mangia quello che si trova e quello che si uccide.

Ciò significa che incontrarli è come usare la macchina del tempo e tornare indietro al paleolitico, come andare a trovare i nostri bis-bis trisavoli. Senza dimenticare che - con buona pace di qualcuno dei politici contemporanei - noi tutti veniamo da lì, da quella fascia che sta tra Kenia - Tanzania - Congo - Botswana - Namibia. Loro sono gli unici che non sono immigrati: sono autoctoni.
Pochi popoli sono oggetto di tante leggende. Sono considerati i più abili lettori di tracce al mondo. Quando colpiscono un animale con una freccia, un’antilope ad esempio, partono per seguirla; mediamente per due - tre giorni. 
Pian piano il veleno fa effetto e la bestia muore; alcuni rimangono sul posto per difenderla e prepararla, gli altri ritornano ad avvertire la tribù che si sposta, raggiunge la preda e rimane lì per un paio di settimane, a seconda della grandezza dell’animale. 
Si dice che siano in grado di ingurgitare 4 chili di carne nell’arco di 24 ore. 
Gli archi che costruiscono sono piccoli, in modo da non intralciare tra gli arbusti, ma anche per viaggiare più leggeri; nella procedura di seguire le orme corrono a lungo. Sembra che nella giornata riescano a superare un cavallo, perchè non hanno l’abitudine di riposarsi: continuano a correre per sei/otto ore di fila.
Piccoli e magri, non molto scuri: siamo parecchio a sud.
Le loro frecce vengono intinte in un veleno ricavato dalle larve che infestano un particolare arbusto. Sono fatte di materiali compositi: ossa, tendini, legno e sono costruite a stadi, come i missili, in modo da rompersi e lasciare la punta nell’animale cosicchè il veleno continui a fare effetto. 
La parte più lunga e pesante cade per terra e diventa un elemento in più per capire se stanno seguendo la direzione giusta.
Di più: vivono in un deserto molto arido. Non come il deserto che si trova sul litorale del
Perù, in cui non piove proprio mai, ma è molto umido per via delle correnti oceaniche.
Nel Kalahari l’acqua non c’è e la leggenda dice che un boscimane non ha mai visto tanta
acqua tutta insieme da riempire un catino. In un ambiente del genere noi sopravviviamo
due - tre giorni: questi vivono là da 50 mila anni.
Un’altra caratteristica dei san è la lingua, che è piena di suoni per noi inusuali, li
chiamano click. Difficile descriverla. La cosa migliore è andare su youtube e cercare dei
filmati con sonoro, come questo
Da ultimo il loro destino.
Sotto alcuni aspetti sono un popolo molto forte: esistono da 50 mila anni, che è dieci
volte il percorso del mondo occidentale. Allo stesso tempo stanno scomparendo in quanto
vengono assorbiti dalla nostra civiltà; noi stessi, che siamo abituati, non siamo abbastanza
determinati da sottrarci al fascino della modernità, immaginarsi loro. Che piano piano
scompaiono, quando vanno a lavorare in negozi o uffici. Quando il governo impedisce
loro di cacciare e li chiude in riserve, come gli Indiani d’America. Quando indossano
magliette e usano la calcolatrice. Quando vivono in capanne così diverse da quelle
temporanee tradizionali: quelle odierne sono fatte di mattoni, plastica, ondulato.
Sotto questo aspetto sono molto fragili e andrebbero protetti come avviene con i
rinoceronti. Ma con gli animali è facile, con gli umani è impossibile: non è possibile
infatti rendere reversibile questa tendenza. Così le persone che noi incontriamo sono in
fondo degli attori, che rifiutano di darsi all’alcol, alla prostituzione, alla droga (come gli
Indiani d’America) e sono invece determinati a continuare le tradizioni.
Incontrarli dà la possibilità di vedere alcune delle tecniche che usano per sopravvivere.
Non hanno ben chiara la loro posizione nel mondo o su una carta geografica, ma si
rendono conto del fatto che affrontiamo un viaggio molto lungo per venire a conoscere il
loro modo di vivere, e allora sono contenti e disponibili ed orgogliosi di mostrare le loro
abilità, le loro conoscenze, i loro usi e costumi. In un breve giro della savana mostrano le
piante medicinali e altre da cui ricavano il veleno per le frecce. Costruiscono in pochi
minuti un arco di fortuna, davanti a noi attoniti. Creano dei monili con i gusci delle uova
di struzzo e bacche essiccate. Usano dei bastoncini di legno per accendere un fuoco in un
tempo cronometrato di 59 secondi. Da piante simili ad un sedano ricavano delle corde;
tutto davanti a noi, in tempo reale.
Cose destinate a sparire nel giro di vent’anni; allora ciò che noi vediamo, fotografiamo,
documentiamo in brevi video diventa materiale etnografico da tramandare alla storia,
perchè davanti alla storia ci troviamo.
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