Cercando un altro Egitto - 1. Tutte le pietre del Faraone

in viaggio con leander in Egitto
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Era il 1974 quando Francesco De Gregori scriveva "Cercando un altro Egitto". Si trattava in realtà di una ricerca metaforica, non certo di un viaggio nella terra dei Faraoni. L'ho però voluto scegliere come titolo di questo resoconto poiché, come affermai nel diario del mio precedente viaggio del 2000, il desiderio di tornare in Egitto per approfondire gli aspetti meno "turistici" di quel Paese e di quella civiltà fu vivissimo già dal momento in cui lo lasciai.
Un altro "taglio" può essere quello del consiglio, in particolare a quanti (senza nulla togliere alla bellezza del Mar Rosso e alla libertà di fare ciascuno la vacanza che più gli aggrada) sono magari stati più volte a Sharm, Hurghada o Marsa Alam convincendosi di conoscere l'Egitto senza avere messo il naso fuori dalla realtà patinata e artefatta del villaggio all-inclusive. Provate, almeno una volta, a cercare il "vostro" altro Egitto!
Sarebbero passati quasi sei anni, ma il progetto del ritorno si sarebbe concretizzato, se pure in una di quelle maniere inopinate che Internet (e - consentitemelo - Ci Sono Stato) talvolta ci offre. Una persona (Graziella) che legge il mio diario, una mail con la proposta di unirmi a un gruppo "fuori dal coro", un minimo di approfondimento, ed eccomi a far parte di quell'"altro Egitto" tanto auspicato!
Il viaggio, nato sulle pagine virtuali di Egittologia.net grazie all'iniziativa di Graziella e alla disponibilità dell'egittologo Alberto Elli ad organizzarlo "su misura", ha così preso corpo compattando 20 persone di varie provenienze ma in sintonia fin dal primo giorno: cosa tutt'altro che scontata nei viaggi di gruppo e, quindi, quanto mai costruttiva per il successo dell'esperienza.

DUE AVVERTENZE
1. Della grande quantità di luoghi visitati non descriverò minuziosamente tutte le tombe, templi, decorazioni, fregi, planimetrie, iscrizioni, ecc. Non ne sarei in grado. Non solo, ne sortirebbe un resoconto interminabile, tutto sommato stucchevole per chi non ammiri "de visu" quegli splendori, e preferisco dare delle sommarie connotazioni rinviando alla ben più autorevole sterminata documentazione esistente sia in libreria che su internet. Tra i libri suggerisco, limitandomi a quelli che possiedo:
* il sempre valido "La civiltà egizia" di John Gardiner, ediz. Einaudi
* "Arte e storia dell'Egitto", ediz. Bonechi
* il dettagliatissimo "Guida illustrata a Luxor - Tombe, templi e musei" di Kent R. Weeks, ediz. White Star
* sempre edito da White Star, "Piramidi d'Egitto" di Alberto Siliotti.
* "I tesori dell'Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo", anch'esso della White Star (vedi in calce il link alla casa editrice).
Tra i siti internet, ricchissimo è Egypt Sites (vedi links in calce).
2. Nel corso del diario di viaggio sono riportati i prezzi di ingresso ai vari siti in Lire Egiziane (LE). Si tenga conto di un cambio di circa 6 LE per 1 Euro.Dopo sei anni dal primo viaggio, finalmente il ritorno. E che ritorno!Il viaggio si è svolto tra il 20 marzo e il 1° aprile 2006, con partenza da Luxor ed arrivo al Cairo via terra percorrendo la strada che, da nord a sud, si sviluppa in prossimità del Nilo, ora sulla riva destra, ora sulla sinistra, ora discosta di qualche chilometro dal Grande Fiume.
Dai tre luoghi di pernottamento, vale a dire Luxor, El-Minya e il Cairo, abbiamo svolto itinerari giornalieri verso i vari luoghi di visita; ad altri siti abbiamo fatto sosta durante i due trasferimenti fra quelle tre città.
Scenderò nel dettaglio nel diario di viaggio che segue.DIARIO DI VIAGGIO
Lunedì 20 marzo 2006
Il volo dall'Italia all'Egitto è relativamente breve, ma la giornata è comunque piena. Treno da Genova a Milano, poi autopullman per Malpensa, ritrovo del gruppo, volo in partenza alle 16,10, arrivo a LUXOR, espletamento pratiche doganali e quando giungiamo in hotel è giusto l'ora di coricarsi.
Da domani, cominceremo a "cercare un altro Egitto"!

Martedì 21 marzo
Sveglia alle 6,30 per partire un'ora dopo. La partenza tra le 7,30 e le 8 sarà più o meno la norma, cosa indispensabile per i programmi di visita piuttosto intensi, la logistica legata all'accompagnamento della scorta militare, i frequenti check-points, le distanze e le strade non sempre agevoli. Ma è il logico scotto per vedere i luoghi fuori dai consueti circuiti turistici.
Percorriamo per una quarantina di km. in direzione nord la strada 02 fino al bivio di Qift, da cui si diparte verso est la 29 che dopo 193 km. raggiunge il Mar Rosso in località QUSEIR, in via di diventare polo turistico balneare ad affiancare le più note Sharm el-Sheikh, Hurghada e Marsa Alam.
La strada carrozzabile, che si inoltra in un paesaggio via via sempre più desertico, è - alla pari delle frequenti diramate - un wadi, vale a dire il letto prosciugato di antichi corsi d'acqua ed ha costituito, nel corso della storia, un'importante via commerciale tra il Mar Rosso e la Valle del Nilo.
Le soste previste avvengono a circa un centinaio di km. da Qift e vertono sul WADI HAMMAMAT, un'area di straordinario interesse per i graffiti incisi nella roccia dal periodo preistorico fino a quello tolemaico-romano. Si va dalle più antiche grezze raffigurazioni di soggetto naturalistico, di animali, scene di vita quotidiana e di caccia a quelle più complesse, alle iscrizioni in geroglifici, fino alle raffinate rappresentazioni delle divinità, dei Faraoni e dei cartigli che caratterizzeranno poi i templi che visiteremo in seguito. Particolarmente curiose sono, qui e là, semplici figure umane al lavoro, quasi che gli ignoti scalpellini abbiamo voluto apporre una sorta di firma alla propria opera.
Le incisioni sono un po' dappertutto, alcune in prossimità della strada, altre più appartate tra i massi o raggiunte inerpicandosi più in alto, altre ancora visibili sulla parte alta di falesie inespugnabili.
La visita dell'area è completata da una breve escursione a una vecchia miniera d'oro, sfruttata prima dell'avvento di Nasser dagli inglesi, e poi dagli stessi fatta saltare prima di abbandonare l'Egitto: niente di memorabile, a parte il senso di desolazione delle rovine rugginose circondate dalla distesa desertica.
Pochi chilometri oltre, sulla via del ritorno a Luxor, sostiamo brevemente a un vecchio pozzo romano in prossimità della strada, molto ben conservato ed accessibile fino sul fondo grazie ad una scala interna a spirale. D'incanto, ecco materializzarsi (non si sa da dove, siamo nel deserto!) un paio di personaggi che ci apostrofano come farebbe la mamma sorprendendo suo figlio con una rivista porno. Evidentemente siamo colpevoli di esserci fermati nel loro "feudo" senza preavvisarli, sicché non abbiamo scelta: sborsiamo il fatale bakshish e d'incanto tutto si aggiusta. Prepariamoci a dodici giorni di questi balzelli…
Una sosta per uno spuntino in uno dei pochi isolati chioschetti (più che altro, posti tappa per i rari camion) in scenari che sembrano tratti dai film di Sergio Leone e non resta che rientrare in hotel per un paio d'ore di stacco, reso più piacevole da una macedonia di frutta e una nuotata in piscina.
Lasciata passare l'ora più calda, eccoci al TEMPIO DI LUXOR alle 16,30, approfittando che l'apertura si protrae fino alle 21 (ingresso 35 LE). Per me è una ripetizione, se pur gradita, quindi riporto quando già scritto nel precedente resoconto (vedi anche link "In Egitto c'ero già stato" riportato in calce):
Il tempio di Luxor, che richiese oltre cento anni per il suo completamento, fu consacrato alla triade tebana Amon, Mut e Khonsu, ma costituisce di fatto una megalomaniaca autocelebrazione di Ramses II, dovunque più o meno palesemente presente nei piloni, nelle statue colossali, nei porticati, nei bassorilievi, negli obelischi, negli imponenti colonnati, nello scenografico viale delle sfingi.
E' peraltro vero che la guida di un profondo conoscitore - e appassionato! - come Alberto ha costituito un valore aggiunto non indifferente a quanto appreso nel precedente viaggio.
Degno completamento della giornata è la visita del MUSEO DI LUXOR (ingresso 55 LE). Al confronto con il Museo Egizio del Cairo, si potrebbe pensare a un'esposizione "minore", ma è invece altamente raccomandato: i pezzi in mostra non sono molti (circa 300), ma tutti splendidi e valorizzati da una perfetta illuminazione e un allestimento funzionale che lascia ad ognuno la dovuta evidenza. Irrinunciabile l'ultima sala aperta nel 2004, che espone buona parte delle 26 statue trovate in una favissa (spazio sotterraneo dove venivano accantonati gli oggetti votivi in disuso o in soprannumero) durante lavori di rafforzamento del tempio nel 1989. La loro qualità e lo stato di conservazione sono straordinari: da non perdere!

Mercoledì 22 marzo
Stamattina si va a sud, percorrendo la già nota strada 02.
Il primo luogo di visita, 32 km. da Luxor, ci dà un primo assaggio di quanti siti dell'Antico Egitto siano disseminati nel deserto, talvolta in ubicazioni impensabili e in contesti paesaggistici di struggente bellezza. Si tratta di MO'ALLA, importante per la presenza di tombe rupestri di due nomarchi (governatori) del primo periodo intermedio (IX dinastia, circa 2000 a.C.). Di grande interesse è quella di Ankhtyfy, una cappella scavata nella roccia, per le belle decorazioni policrome - in parte rovinate - sulle pareti e sulle colonne: scene di caccia e pesca, attività agricole quali semina e aratura, lavori quotidiani, preparazione di cibi e della birra. Le iscrizioni all'intorno costituiscono l'autocelebrazione di Ankhtyfy, visto che - come già traspare dalla vivacità dei dipinti – vi è descritto un popolo felice grazie al suo buon governo: cibo, abiti, casa, lavoro, pace, benessere per tutti! Non è che in 4000 anni i politici di oggigiorno siano molto cambiati…
Lasciata Mo'alla, proseguiamo verso sud raggiungendo in una sessantina di chilometri EL-KAB (ingresso all'area 20 LE), località che ricalca l'antica Nekheb, dimora di Nekbet, la Dea-avvoltoio dell'Alto Egitto. La zona presenta una serie di tombe scavate nella roccia, i cui ingressi sono allineati lungo una larga cengia del pendio di arenaria: sono i luoghi di sepoltura di notabili vissuti tra la XVI e la XX dinastia.
Si visitano tre tombe con bellissime decorazioni interne, ciascuna protetta da porta metallica appositamente aperta da un custode, con spillamento dell'immancabile bakshish (della serie: fotografare all'interno sarebbe vietato, però…). I tre sepolcri sono dedicati rispettivamente a Paheri, governatore di Nekheb durante la XVIII dinastia, con scene delle offerte al suo corteo funebre e di vita contadina; a Setau, sacerdote durante il regno di Ramesse III, con raffigurazioni della sua famiglia che porta offerte e della barca di Nekbet; ad Ahmose, comandante della flotta che partecipò alla vittoriosa guerra contro gli Hyksos (circa 1600 a.C.), con iscrizioni che riportano le benemerenze a lui attribuite.
L'area di El-Kab è ricca di parecchi altri siti significativi, tra cui ci soffermiamo ad un tempietto dedicato da Ramesse II a Nekbet e ristrutturato da Tolomeo IX e X con annessa una cappella dedicata a divinità locali dal governatore di Nubia Setau (solo omonimo del precedente); inoltre, la Rupe degli Avvoltoi - così chiamata per il profilo che richiama la testa del rapace - che presenta numerosi petroglifi risalenti all'Antico Regno incisi dai pellegrini che percorrevano le piste del deserto; a breve distanza, un piccolo tempio dedicato alle dee Hathor e Nekbet da Tuthmose IV e Amenhotep III, con rilievi interni raffiguranti i due Faraoni, padre e figlio.
Siamo a metà di una giornata piuttosto intensa ed è ora di ripercorrere a ritroso i 90 km. dell'andata per il rientro in albergo, dove possiamo concederci solo una breve sosta per una rinfrescata e una macedonia di frutta: dobbiamo infatti fare i conti con gli orari del TEMPIO DI KARNAK che, a differenza di quello di Luxor, chiude alle 18 in preparazione dello spettacolo serale di suoni e luci.
Sono le 14,30 quando entriamo (ingresso 40 LE) nell'immenso complesso architettonico, secondo al mondo per estensione solo ai templi di Angkor in Cambogia. Il tempio di Karnak, vera e propria città nella città, è un immenso sacrario nel quale generazioni di Faraoni nell'arco di duemila anni (si può quindi dire quasi tutti!) innalzarono santuari, piloni, cappelle, obelischi, statue o intervennero con estensioni, modifiche, abbattimenti, reimpieghi di materiali, ristrutturazioni dei vari monumenti. Uno sterminato labirinto di pietra di difficile decifrazione che richiederebbe pagine e pagine per essere descritto e al quale consiglio di dedicare con calma non meno di 4-5 ore.
Provo comunque a dare una succinta descrizione, perlomeno delle parti che più mi hanno impressionato: non si può non partire dallo scenografico viale delle sfingi dalla testa di ariete (a simboleggiare il dio Amon-Ra), ciascuna con una statua di Ramesse II tra le zampe anteriori, che precedono il primo dei dieci piloni successivi (per piloni si intendono le colossali mura che introducono ciascuna ad un'area del complesso). Si provi a immaginare la grandiosità dell'impianto originario, pensando che un tempo questo viale andava a congiungersi con quello delle sfingi dalla testa umana del tempio di Luxor su una lunghezza di quasi tre chilometri!
La parte più emozionante è probabilmente la grande sala ipostila, concepita a simboleggiare grandiosamente uno stagno di papiri, inteso dagli antichi Egizi - con il ciclo delle piene del Nilo - come origine della vita. I dati numerici sono impressionanti: 134 colonne assai ravvicinate, 15 metri di altezza, 8,4 di circonferenza, ciascuna sormontata da un capitello papiriforme. Ma più che le aride cifre, vale la pena di soffermarsi in ammirazione, gustando anche i giochi di luce e ombra nel corso della giornata, soprattutto al pensiero che - come ancora si scorge qui e là - in origine le decorazioni erano completamente colorate!
Si potrebbero passare intere giornate nel tempio di Karnak senza riuscire a vedere tutta l'infinità di particolari su colonne e pareti interne ed esterne: si susseguono raffigurazioni di offerte dei Faraoni agli Dei, di processioni della barca sacra, imponenti scene di battaglie (naturalmente sempre vittoriose!) e di sottomissione dei nemici, di incoronazione di questo o quel regnante, iscrizioni celebrative delle rispettive imprese.
E' quindi con vero rammarico che, dopo averla tirata per le lunghe il più possibile, ci piomba addosso l'ora di chiusura di questa sfilata di meraviglie!

Giovedì 23 - Venerdì 24 marzo
Eccoci alle due giornate dedicate alla riva occidentale del Nilo, convenzionalmente quella parte dell'antica Tebe intesa come la "città dei morti" laddove quella opposta dei templi di Luxor e Karnak è la "città dei vivi".
Ci rechiamo dapprima nella cosiddetta VALLE DELLE SCIMMIE (Wadi el-Qurūd), una diramazione di un paio di chilometri dalla Valle dei Re, area pochissimo visitata dalle orde dei gruppi organizzati che si ammassano in quella: è uno scenario di grande suggestione, il fondo di una sorta di tortuoso canyon che custodisce quattro delle 62 tombe ad oggi conosciute (la 62^ - e ultima - ad essere scoperta fu quella di Tutankamon del 1922, mentre una 63^ è in corso di scavo).
È visitabile (LE 20) solo quella di Ay (circa 1320 a.C.), circa un paio di km. dall'ingresso del wadi. Al centro della camera funeraria spicca lo splendido sarcofago in granito rossiccio, mentre sulle pareti le decorazioni ritraggono, tra l'altro, i quattro figli di Horus davanti a una tavola con alimenti in offerta, la barca solare con i nove Dei della cosmogonia egizia (la cosiddetta Enneade) e una curiosa scena del Faraone con la sposa su un natante tra i papiri del Nilo.

Ci rechiamo ora alla VALLE DEI RE propriamente detta, l'accesso alla quale costa LE 55, comprensivo della visita a tre tombe a scelta tra quelle aperte a rotazione. Orientiamo la nostra scelta sulle seguenti:
* tomba di Ramesse IV (1155-1148 a.C.). Per la posizione all'imbocco della Valle dei Re e il facile accesso grazie allo sviluppo quasi orizzontale, è una delle più frequentate fin dall'antichità, anche per la ricchezza della decorazione. Su una lunghezza di quasi 90 metri, si percorrono quattro successivi corridoi sulle cui pareti le figure del Faraone e delle divinità si alternano con iscrizioni della Litania di Ra, del Libro delle Caverne e del Libro dei Morti; nella camera funeraria, alle pareti scene dell'Amduat, il ciclo delle 12 ore del giorno con le divinità preposte a ciascuna ora; sullo splendido soffitto, il Libro della Notte con il viaggio notturno del Sole al tramonto.
* tomba di Thutmosi III (1479-1426 a.C.). Già la posizione dell'accesso è spettacolare, in una spaccatura della roccia cui si sale per una ripida scala metallica alta 20 metri, dopodiché dall'ingresso si scende lungo una rampa rocciosa per una quindicina di metri: tra i vari vani in cui è divisa la tomba, è di grande interesse la camera funeraria per il soffitto decorato con stelle gialle su fondo blu e per le pareti che raffigurano in nero e rosso scene dell'Amduat.
* tomba di Tausert e Sethnakht (1190-1186 a.C.). E' una tomba le cui vicissitudini non sono ancora del tutto chiarite. Alla morte di Sethi II, sua moglie Tausert fu la reggente del figlio Siptah che morì di malattia a sei anni, ma fu presto deposta a vantaggio di Sethnakht, del quale si sa poco. La decorazione è molto complessa e nei vari vani della tomba sono evidenti le modifiche, le sovrapposizioni e le deturpazioni (del resto, frequenti nella storia egizia per opera dei nuovi Faraoni ai danni delle rappresentazioni dei precedenti). Sono peraltro molto belle le raffigurazioni a grandezza naturale del defunto e delle divinità sulle pareti e sui pilastri, i testi del Libro dei Morti, gli elementi del corredo funerario.
Per la tomba di Tutankhamon (1333-1323 a.C.), probabilmente il Faraone più famoso per via del tesoro esposto al Museo del Cairo, delle leggende sulla sua fantomatica "maledizione" e dei misteri legati alla sua breve esistenza, è necessario un esborso di LE 70 supplementari, comunque già comprese - come tutti gli ingressi - nel pacchetto di viaggio. Tutto sommato piccola (quattro ambienti per totali 110 mq.), la tomba è in buona parte spoglia, anche se sono bellissime le decorazioni della camera funeraria, tra cui il Faraone al cospetto di Osiride, i dodici babbuini sacri, la barca notturna del dio Khepri in forma di scarabeo. La suggestione di trovarsi qui è comunque profonda, al pensiero della strepitosa scoperta di Howard Carter nel 1922 e del fatto che è l'unica tomba della Valle dei Re in cui il sarcofago custodisca tuttora la mummia.

Si è intanto fatto mezzogiorno, obiettivamente l'ora meno opportuna per intraprendere una delle gite più attese di questo viaggio. La meta è il punto più alto della Valle dei Re, vale a dire EL-QURNA, la cui forma piramidale ebbe il ruolo di un presagio nel suggerire il luogo più idoneo di sepoltura dei Faraoni al posto delle Piramidi, divenute troppo impegnative quanto a tempo, materiali e risorse da impiegare.
L'elevazione tocca appena i 489 metri, circa 300 di dislivello sulla piana, ma l'ascesa non è da prendere alla leggera per l'ambiente arido e la temperatura che già in questa stagione sfiora i 35° all'ombra. Vale però la pena sobbarcarsi un po' di fatica per raggiungere quella che era considerata la dimora della dea protettrice della necropoli Meretseger, dall'eloquente significato di "Colei che ama il silenzio": nome quanto mai appropriato, ammirando nella tranquillità della cima un magnifico panorama che abbraccia tutta la Valle dei Re fino a un'ampio tratto della verdissima Valle del Nilo!

Il sentiero di discesa, che contorna vertiginosi canyons con spettacolari formazioni rocciose, si snoda sul versante che porta a DEIR EL-MEDINA, cioè il villaggio degli operai e artigiani che lavorarono alle tombe della Valle dei Re e della Valle delle Regine tra la XVIII e la XX dinastia. Essi costruirono nel sito le proprie tombe, che potrebbero essere reputate un'attrattiva minore, ma sono invece vivamente raccomandabili per la qualità artistica, l'accuratezza delle raffigurazioni e l'ottimo stato di conservazione delle pitture murali. Caratteristica delle tombe è il fatto di non essere singole ma utilizzate, su concessione dello Stato, per intere famiglie (fino a 20 persone, nel caso di quella di Sennedjem).
Tra le molte disseminate lungo il pendio, visitiamo quelle di:
* Sennedjem. Era un capo operaio della XIX dinastia e la sua tomba incanta per le eccellenti condizioni, la brillantezza e la precisione delle decorazioni: merita soffermarsi sugli infiniti particolari delle scene campestri e della varietà delle offerte fatte da Sennedjem e sua moglie al dio Osiride.
* Pashedu. La discesa di una trentina di ripidi gradini in un angusto passaggio è ripagata dallo splendore della tomba di quello che fu il responsabile degli scavi degli ipogei al tempo di Sethi I e Ramesse II (1312-1235 a.C.): bellissimi i dipinti sulle pareti, tra cui le raffigurazioni del dio sciacallo Anubi, le scene di divinità e della vita del morto con la sua famiglia, il decoratissimo soffitto a botte, la parete di fondo con Osiride assiso in trono.
* Inherkhau. La tomba di questo caposquadra dell'epoca di Ramesse IV e Ramesse VII (1155-1129) gareggia per bellezza con le due suddette: sui muri di due camere di circa 10 mq ciascuna si ammira una grande quantità di soggetti, tra cui tre sacerdoti con maschera da Anubi davanti al morto, questo che porge offerte a Toth e Osiride, Inherkhau su una barca con la sposa e i figli, la ricca decorazione del soffitto con motivi spiraliformi.

Meno di un chilometro divide Deir El-Medina da SHEIKH ABD EL-QURNA, sito in cui sono ubicate le cosiddette tombe dei nobili, anch'esse meritevoli di attenzione per la varietà, la qualità e l'ottimo stato delle decorazioni interne. Visitiamo quelle di:
* Rekhmire. Fu un autorevole vizir al tempo di Thutmosi III (circa 1430 a.C.). I dipinti murali della tomba sono tra i più importanti per la conoscenza della vita e della civiltà egizia, con le lunghe iscrizioni dei compiti e delle attività professionali e private del funzionario, con i quadri di vita quotidiana, del banchetto funebre, dei rituali di sepoltura, di sottomissione dei nemici vinti, delle scene di caccia brulicanti di figure umane e animali (lepri, gazzelle, struzzi, antilopi, iene, giraffe).
* Sennepher. Fu un importante funzionario al tempo di Amenhotep II (circa 1400 a.C.). Altra tomba bellissima, che immediatamente sorprende per il soffitto fittamente decorato con grappoli d'uva, tanto che i primi visitatori la battezzarono "tomba delle viti". Colpisce soprattutto la serenità che traspare dalle numerose scene familiari di Sennepher con la moglie Meryt, di volta in volta in atteggiamento affettuoso, con lei che offre al marito una bevanda, fiori di loto o collane, con i coniugi seduti davanti a un albero con la dea Iside o davanti a una tavola di offerta, insieme con i figli, e così via.
* Menna e Nakht. Sono due tombe - piuttosto anguste ma significative - di norma accomunate in quanto adiacenti ed anche per il mestiere di scriba dei due personaggi (circa 1390 a.C.). Le scene ritratte sono vivacissime, dettagliate e ricche di particolari su cui soffermarsi, tra cui: scribi che misurano i campi o registrano i tributi, scene di aratura e mietitura, cuochi e servi che preparano i cibi e la tavola, barche lungo il fiume in pellegrinaggio ad Abido, scene di caccia e pesca con gli animali straordinaramente caratterizzati.
La particolarità di queste tombe sta nel fatto di essere inserite in un villaggio, Sheikh Abd El-Qurna appunto, in una singolare commistione tra vivi e morti. Muovendosi tra una tomba e l'altra, ci si immerge nella quotidianità di grandi e piccini intenti ad antichi mestieri con attrezzature primordiali, tra casette di fango con l'immancabile asinello adibito a mille lavori, le facciate vivacemente dipinte con scene popolari. Bisogna mettere anche in conto il codazzo dei bambini, perfino troppo insistenti nel cercare di vendere semplici oggetti di artigianato: ma è pur vero che nell'Egitto odierno questa gente non se la passa troppo bene e il turista è - comprensibilmente - visto come risorsa per "tirare su" quelli che sono, in fondo, pochi spiccioli. La passeggiata è peraltro piacevole per un contatto - seppure di impronta "commerciale" - con la gente che nelle aree meno turisticizzate in cui ci graviteremo nei prossimi giorni ci sarà quasi del tutto negato da misure di sicurezza che in qualche caso ci sono sembrate sproporzionate agli effettivi pericoli. Ne parlerò più avanti.

A breve distanza si estende la VALLE DELLE REGINE, denominata anticamente Ta-Set-Neferu, con il significato di "luogo della bellezza". E' costituita da un wadi delimitato da aspre pareti rocciose nel quale sono ubicate una novantina di tombe di consorti di Faraoni, principesse e principi nel Nuovo Regno: solo quattro sono oggi visitabli, o meglio tre, visto che la più splendida, quella di Nefertari sposa di Ramesse II, dopo un periodo di apertura tra il 1995 e il 2003, è attualmente chiusa per la precarietà della roccia e degli intonaci. Le tre visibili sono riferite ai regni di Ramesse II (1279-1213 a.C.) e Ramesse III (1186-1155 a. C.) e sono quelle di:
* Tyti, probabile moglie di Ramesse III. Nel corridoi di ingresso prevalgono le raffigurazioni della dea alata Maat che simboleggia la legge eterna del mondo; nella sala principale e nelle tre laterali - tra le altre - immagini di Tyti ritratta nelle sue differenti età, in posa di adorante delle diverse divinità, e figure di dei e demoni con teste di animali.
* Khaemuaset, figlio di Ramesse III e sacerdote di Ptah a Menfi. Tra i soggetti della decorazione, ottimamente conservata, notiamo Ramesse III che offre vasi a Toth, Khaemuaset con le mani alzate in adorazione, Anubi e un leone accucciati sulla tomba, Khaemuaset protetto dal "signore della paura" Nebneryu.
* Amon-her-Khopeshef, fratello del precedente. La tomba è simile a quella di Khaemuaset e altrettanto brillantemente decorata, soprattutto per il dettaglio dell'abbigliamento dei personaggi. Spiccano le figure di Ramesse III di fronte a varie divinità, di Iside che abbraccia Ramesse III, di scene - tratte dal Libro dei Morti - delle 21 porte attraverso le quali Amon-her-Khopeshef è accompagnato dal padre nell'aldilà.

Degno completamento della visita di Tebe Ovest sono i TEMPLI FUNERARI (definiti anche "templi di milioni di anni"), spesso penalizzati nei tour organizzati nei confronti con la Valle dei Re e delle Regine. A torto però, come può riscontrare chi, come noi, ha modo e tempo per l'approfondimento; da non trascurare il vantaggio della visita tranquilla di siti solitamente poco affollati.
I templi funerari, oltre che ad essere preposti a riti funebri e a cerimone connesse con il culto regale, rivestivano grande importanza nell'annuale Festa della Valle, quando le statue del Faraone e degli dei partivano da Karnak e attraversavano il Nilo su grandi barche per raggiungere sulla sponda opposta i vari templi. La struttura dei rispettivi complessi aveva caratteristiche analoghe, con l'alternanza dei piloni, dei cortili, degli spazi aperti o chiusi, il tutto a creare una sorta di protezione del nucleo principale, cioè il sacrario con la statua del dio.
Nel corso della storia dell'antico Egitto, a Tebe ovest furono eretti una trentina di templi funerari, in massima parte oggi cumuli di rovine; sono però in corso opere di restauro per ripristinarne il più possibile. La nostra visita verte sui quattro più eminenti:
* Il Ramesseum (tempio di Ramesse II). Come tutti quelli dedicati al noto Faraone, al nota più ricorrente consiste nell'esaltazione delle sue imprese belliche (sempre vittoriose, come già osservato), in primis la battaglia di Qadesh contro gli Ittiti. In particolare i rilievi del primo e secondo pilone raffigurano grandiose scene di guerra ricchissime di particolari: arcieri e lancieri in combattimento, cavalli in fuga, soldati morti o moribondi, i nemici calpestati dalla cavalleria egizia. La grandiosità dell'impianto originario del Ramesseum è anche evidente dalle parti crollate, soprattutto i pezzi della colossale statua in granito di Ramesse II alta in origine 17,5 metri.
* Il tempio di Sethi I. Solo una parte del complesso originario è a tutt'oggi in piedi, in particolare è rimasto ben poco dei due piloni che delimitavano il primo e il secondo cortile. Un bel colpo d'occhio è offerto dal porticato di colonne papiriformi, mentre sulle pareti i rilievi raffigurano, tra l'altro, Sethi I in atto di offerta davanti alla barca sacra e nelle sei camere laterali diverse azioni rituali nei confronti delle divinità.
* Tempio di Ramesse III (Medinet Habu). Fra tutti i templi funerari, è quello che più incanta per i colori ben conservati di rilievi, pareti, soffitti e colonne. Il complesso ricopre una vastissima area all'interno di una doppia cinta muraria e comprende diversi corpi, con raffigurazioni del Faraone che spesso ricalcano quelle del predecessore Ramesse II nel Ramesseum, come le scene di guerra contro i nemici libici. Soffermandosi ad ammirare i rilievi alle pareti e sulle colonne del secondo cortile, i cui colori sono probabilmente i meglio conservati tra i templi egizi, si può immaginare quale splendore fossero all'epoca quelli di cui a noi sono purtroppo pervenute solo rovine. Personalmente, Medinet Habu è uno dei luoghi che più mi ha affascinato in questo viaggio.
* Deir El-Bahari. La magnifica scenografia ad anfiteatro che offre già da lontano fa di questo sito uno dei punti irrinunciabili di ogni viaggio in Egitto. Ai piedi di una muraglia rocciosa a semicerchio alta 300 metri sono situati tre imponenti luoghi di culto ai quali salivano vie processionali che portavano a rigogliosi giardini - oggi non più esistenti - davanti alle terrazze dei templi. Dei tre, quello di Mentuhotep II è in pessimo stato, mentre quello di Thutmosi III, di recente scoperta, fu già in antichità depredato come cava; alcuni splendidi rilievi sono però stati salvati e sono esposti nel Museo di Luxor. Quello di Hatshepsut è invece straordinario (anche se risultato di sapienti restauri), oltre che unico nella struttura architettonica nella storia dell'antico Egitto, con tre terrazze a colonnato su successivi livelli. Senza scendere nel dettaglio delle varie cappelle, sale, decorazioni, bisogna dire che un'altra "unicità" del tempio consiste nel fatto di essere dedicato ad Hatshepsut, cioè a una donna di cui, nonostante ciò, fu riconosciuta la regalità in quanto reggente per vent'anni (1505-1484 a.C.) del figlio Thutmosi III.

Sabato 25 marzo
Sarà la giornata più impegnativa dell'intero viaggio: è previsto lo spostamento in pullman da Luxor a EL-MINYA, un tratto di 440 km. in direzione nord lungo il quale sono in programma alcune visite significative. Inevitabile quindi la levataccia per partire alle 5,30.
La prima sosta è a DENDERA, dove giungiamo alle 7 in punto proprio mentre i custodi aprono il sito (ingresso 20 LE). La località è situata una settantina di km. a nord di Luxor, sulla riva sinistra del Nilo in un punto in cui il fiume descrive un'ampia ansa verso ovest. La vasta area, racchiusa in un'imponente cinta muraria in mattoni, ha il suo fulcro nel tempio tolemaico-romano, risalente al tempo di Cleopatra VII (I sec. a.C.) e dedicato alla dea Hathor la cui testa con orecchie di vacca sormonta le sei colonne che delineano la facciata principale. Lo stesso motivo si ripete nelle 24 colonne della sala ipostila, ricca altresì di soli alati, raffigurazioni astrologiche e avvoltoi in volo a simboleggiare il cielo. Bellissimi anche il rilievi delle immagini di culto nelle cripte.
Altri edifici del complesso sono i due mammisi, vale a dire templi del parto a significare l'origine divina del re, i resti di un sanatorium e di una chiesa copta, un piccolo tempio di Iside di età augustea e un lago sacro (oggi quasi prosciugato e in semiabbandono) circondato da palme.
La visita non può non comprendere il tetto del tempio, dal quale si gode un bel panorama e fondamentale per meglio comprendere gli aspetti del culto. Lo si raggiunge salendo lungo la stessa scala - decorata sulle pareti con scene della processione - percorsa dai sacerdoti in occasione della Festa dell'Anno Nuovo: qui ponevano la statua di Hathor in una cappella per la cerimonia dell'unione del Sole con la Dea. In un'altra cappella del tetto si trova il famoso Zodiaco di Dendera, una raffigurazione del cielo con i dodici segni zodiacali: questa è però una copia dell'originale esposto al Louvre.
Lasciata Dendera, un'ottantina di chilometri sempre in prossimità del Nilo e una deviazione di altri 15 verso il deserto occidentale portano ad ABYDOS (ingresso al sito 20 LE). Necropoli e luogo di culto fin dalle prime due dinastie (3100-2680 a. C.), fu individuato nel Medio Regno quale luogo di sepoltura di Osiride, dio dell'Oltretomba. Il complesso monumentale che vi sorge è il "Palazzo dei Milioni di Anni" iniziato da Sethi I e terminato dal figlio Ramesse II, eccezionale per la finezza delle decorazioni e lo stato di mantenimento. Superati il primo pilone e due cortili, si presenta un porticato di dodici pilastri ornati con rilievi dei due Faraoni che fanno offerte alle divinità; all'interno due successive sale ipostile impressionano per le eccellenti condizioni dei bassorilievi e la brillantezza dei colori, che hanno poco da invidiare a quelli di Medinet Habu.
Il cuore dell'edificio è costituito dalle sei cappelle dedicate alle divinità Horus, Iside, Osiride, Amon-Ra, Harmakhis, Ptah e a una settima consacrata allo stesso Sethi I divinizzato; esse sono accomunate - come del resto si riscontra dalle raffigurazioni sulle pareti - dal fatto di essere luogo di custodia della barca e di una stele della rispettiva divinità.
Circa 300 metri a nord si trovano i resti di un santuario eretto da Ramesse II. Delle pareti rimangono solo i due metri inferiori, ma è sorprendente la policromia quasi intatta dei rilievi: tra essi, spiccano un elaborato calendario delle feste, le immancabili scene della battaglia di Qadesh, scene di offerte alle divinità, una processione di uomini e animali per un sacrificio rituale.
Una sessantina di km. da Abydos, ed eccoci a Sohag, nei cui dintorni sono ubicati tre interessanti luoghi di visita. Un ponte di 665 metri che scavalca il Nilo ci porta sulla sponda orientale del fiume nel piccolo centro di Akhmim, dove furono scoperte nel 1981 le rovine di un tempio del dio della fertilità Min: il sito (ingresso 10 LE), nella cui area circostante sono tuttora in corso scavi, è un piazzale nel quale spiccano diverse steli di epoca greco-romana, una statua acefala di Venere, una di Ramesse II ma soprattutto una bellissima di Meritamon - figlia e consorte del Faraone - alta 11 metri.
Tornati sulla riva occidentale, possiamo visitare due esempi dell'architettura per cui Sohag va famosa, vale a dire le antichità copte. La prima sosta, a 6 km. dal capoluogo, è al Monastero Bianco (Deir El-Abyad), fondato verso il 440 d.C. dall'abate Shenute; nel cortile interno si ammira la suggestiva facciata di calcare bianco (da cui il nome), ricavata con blocchi di templi faraonici in rovina nei dintorni. Il monastero, uno dei più antichi d'Egitto, custodiva moltissimi preziosi manoscritti copti, oggi sparsi in numerose collezioni europee.
Cinque chilometri più a nord, è ubicato il Monastero Rosso (Deir el-Ahmar), così chiamato per i mattoni con cui è edificato. Dedicato al santo copto Amba Bishoi, il complesso annovera più chiese; un sacerdote copto ci fa una breve descrizione della principale ma purtroppo lavori di restauro all'interno ci negano la vista degli affreschi e delle icone che ne sono la maggiore attrattiva.
Oltre alle eminenze descritte, la giornata si rivela istruttiva per gli scenari che ci sfilano accanto e che, purtroppo, possiamo vedere solo dal finestrino per via delle misure di protezione della scorta armata che, con un'auto davanti e una dietro al pullmino, ci isola in pratica dal mondo circostante. Nei giorni che seguiranno riusciremo peraltro ad avere qualche contatto con la popolazione, curiosa quanto noi di comunicare (non dimentichiamo che attraversiamo zone in cui passa ben poco turismo): saranno ricordi tra i più piacevoli del viaggio, specie gli incontri con i bambini.
Il paesaggio alterna scorci su coltivazioni rigogliose, sui tavolati rocciosi della riva orientale (nei prossimi due giorni approfondiremo le numerose sepolture che vi sono scavate), sulle scene di quotidianità lungo il Nilo e i suoi canali, con la vivacità delle strade e dei villaggi che attraversiamo, con i piccoli commerci, gli onnipresenti asinelli gravati di ogni tipo di mercanzia o adibiti a trainare sgangherati carretti, i mercati più incredibili, grandi e piccini intenti ai lavori nei campi, i furgoncini in cui si accalca un numero inverosimile di persone, la gente che conversa davanti alle case, le bottegucce d'altri tempi, i camioncini stipati di merce (verdure, frutta, granturco, animali, legname, ecc.) sfidando le leggi dell'equilibrio, tanto è vero che ci capiterà di vederne un paio rovesciati.
E' un "altro" Egitto ancora "più altro" di quello cui aspiravamo al momento della partenza, non meno gratificante - sul piano dell'esperienza di viaggio - di quello storico, archeologico e monumentale. Senza dubbio, prodigo di emozioni vere!
Esaurito il programma odierno di visite verso fine pomeriggio, non resta che dirigere su El-Minya, dalla quale ci dividono "solo" 240 km. Le virgolette non sono inopportune: su questo tratto cambieremo scorta quattro volte a successivi check-points e immediatamente rimpiangiamo la macchina che ci ha preceduto finora tenendo un'andatura intorno ai 90-100 km/h. Nemmeno a farlo apposta, ad ogni cambio la nuova auto è via via più scalcinata della precedente: l'ultima è addirittura un rudere di pick-up che credo si vergogni della scritta "Toyota" (peraltro semicancellata) sul cassone, senza targa e senza luci (la filosofia deve essere "l'importante è che le luci le abbiano le auto incrocianti per vedermi"…) che, su strade semideserte e rettilinee, procede a 50-60 km/h. Una fine di giornata frustrante, che ci vede giungere al Mercure Nefertiti Hotel di El-Minya alle 21,30 passate: ci precipitiamo a depredare ciò che i precedenti ospiti hanno lasciato del buffet serale e poi a nanna per il meritato riposo.
Passeremo tre notti in questa città piuttosto anonima, che è però strategica per la visita di numerosi siti di grande rilievo nei dintorni. Lo vedremo nella seconda parte di questo diario di viaggio, naturalmente sempre su Ci Sono Stato!Abbiamo alloggiato, con servizio di mezza pensione, rispettivamente nei seguenti tre hotel:
LUXOR: cinque notti al Mercure Luxor Hotel. Un buon 4 stelle, in ottima posizione sulla Corniche (lungo Nilo) a brevissima distanza dal Tempio di Luxor. Dei tre, il miglior buffet per la cena.
EL-MINYA: tre notti al Mercure Nefertiti Hotel. Vale meno delle sue 4 stelle, piuttosto trasandato, buffet senza infamia e senza lode. D'altra parte, non è una città di grosso turismo, le strutture ricettive sono poche e manca l'incentivo della concorrenza.
IL CAIRO: quattro notti allo Zoser Partner Hotel, sul Viale delle Piramidi a 3 km. da esse. Vale le sue 5 stelle per i locali comuni e le camere, leggermente inferiore a quello di Luxor per il buffet.Ci siamo serviti di voli Egypt Air Malpensa - Luxor per l'andata e Il Cairo - Malpensa per il ritorno, soddisfacenti per puntualità e servizio a bordo. Gli spostamenti in Egitto sono avvenuti con un pullmino da 20 posti con autista dell'agenzia locale; questa ha pure provveduto ad assegnarci una "silent guide" (è prescritta per legge, pur essendo accompagnati da un competente come Alberto) e organizzato la scorta militare. Infatti, fatta eccezione per le frequentatissime aree di Luxor e Giza, siamo sempre stati scortati da due jeep della polizia, una davanti e una dietro il nostro automezzo. Questo è obbligatorio dopo il massacro dei turisti del 1997 al tempio di Hatshepsut e il recente attentato a Sharm. Inoltre buona parte del cosiddetto medio Egitto, cioè il tratto da Luxor a El-Minya, i dintorni di questa e l'oasi del Fayyum, sono i focolai dell'integralismo islamico, che negli ultimi vent'anni ha prodotto 2000 assassinati tra i cristiani d'Egitto. Nessuno tra i turisti, ma le misure di sicurezza per i percorsi non battuti dal turismo organizzato sono molto rigorose.

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