Da Fabriano a Pisa in bicicletta

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Venerdì 1° luglio 2005 acquisto la mia prima moleskine (taccuino usato da Matisse, Céline, Hemingway e in particolare da Bruce Chatwin che lo ha reso famoso scrivendovi gli appunti del suo mitico viaggio in Patagonia) alla Feltrinelli di Ancona, con l’auspicio di imprimervi i resoconti dei futuri viaggi e delle esperienze degne di essere trascritte e ricordate.
Solo alcune ore dopo ricevo l’inaspettata telefonata di Antonio (appartenente come me allo “Jesi Cycling Team”, squadra di ciclismo amatoriale) che mi propone di partecipare il 9 e 10 luglio p.v. alla spedizione Fabriano - Pisa, in due tappe, ovviamente in bicicletta. In tutto sono circa 420 km ma mi assicura che si terrà un’andatura cicloturistica (20 km/h circa), che si effettueranno varie soste di ristoro, che vi è il solo Monte Amiata come salita impegnativa, da affrontare al termine della prima tappa.
Quest’anno una carenza di chilometri percorsi (dovuti per lo più alla mia pigrizia) associati a una crescita del peso corporeo (non mi stanco mai di mangiare però) hanno comportato un inesorabile declino delle mie performance ciclistiche; pertanto, nonostante l’improvvisa proposta di Antonio mi allettasse ero titubante circa la buona riuscita dell’impresa. Ma considerato che:
- la data in cui è prevista la “spedizione” collima perfettamente con le mie ferie;
- non avevo programmato alcuni gita fuori porta se non un mordi e fuggi quotidiano Jesi - Senigallia - Jesi con mia moglie e i miei 2 pargoli;
- mi ero ripromesso che durante le ferie avrei dedicato più tempo alla trascurata bicicletta, al fine di invertire il trend di crescita “quantità chilometri percorsi” e “ammontare perso corporeo”;
- ho appena comprato una moleskine e sono impaziente di “imbrattarla” con i miei appunti di viaggio (purtroppo rari),
non ho potuto fare altro che ACCETTARE l’invito di Antonio.

Due giorni dopo l’impresa
Le dieci ore di pedalata giornaliera di sabato e domenica e i postumi della sbornia da stanchezza non mi hanno permesso di scrivere prima d’ora sul mio taccuino di viaggio. La “spedizione” è compiuta, la fatica patita è solo un ricordo (non tanto lontano però) ma i ricordi sono ancora freschi perciò mi appresto a raccontare il resoconto dell’impresa.
Itinerario
Sabato 9 luglio 2005
1a tappa: Fabriano - Castel del Piano
Ritrovo presso i giardini di Fabriano. Un padre nostro, un’ave maria e alle 06.22 si parte. Prima di imboccare le gallerie, dopo neanche ½ ora di pedalata, Oliviero ha un inconveniente meccanico che necessita l’intervento del furgone di appoggio (l’ammiraglia) che comporta circa 30 minuti di sosta non programmata, che rende consapevoli i partecipanti che a pedalare sono in 17 (numero solitamente sfigato) e che inevitabilmente alcuni pensano e altri sentenziano che “il buon giorno si vede dal mattino”. NON SARA’ COSI’! In due giorni questo sarà l’unico guasto meccanico anche se, in ogni avventura che si rispetti, gli imprevisti non mancheranno.
Superiamo Osteria del Gatto, attraversiamo Gubbio, dopodichè costeggiamo una notevole costruzione medievale posta su un poggio roccioso che si rivelerà il Castello di Antognolla, di origini duecentesche. Il vento è favorevole, il percorso (finora) è prevalentemente pianeggiante, i più forti e i più allenati si danno il cambio davanti al gruppo che sfreccia a 35 km/h.
Si incomincia a intravedere il lago Trasimeno e la vista dell’acqua accerchiata dalle colline umbre è corroborante per il corpo e lo spirito. Italo, ideatore del percorso, ci fa arrampicare in cima a Monte del Lago. La fatica dei strappi è compensata dall’incomparabile panorama e dal ristoro effettuato proprio sul lungo lago. Si riparte e la pianura lascia il posto a un percorso “mangia e bevi” che lascerà il segno sulle gambe dei ciclisti.
Superiamo Chiusi (dall’Umbria siamo entrati in Toscana), Sarteano, scaliamo Radicofani e in lontananza si riesce a scorgere il Monte Amiata, maestosa cupola (1738 m.) di origine vulcanica che domina la Toscana meridionale. Il forte vento (questa volta contrario) e i nuvoloni neri che nascondono la vetta non lasciano presagire nulla di buono. Finora le condizioni meteo erano state perfette per una pedalata, leggermente nuvoloso e temperatura fresca (un toccasana per me che soffro il caldo). Il fragore dei tuoni aumenta di intensità e di frequenza, la temperatura cade improvvisamente in picchiata, la bufera che si alza avrebbe fatto felice un windsurfer.
Alle porte di Abbadia San Salvatore decidiamo all’unanimità di trovare riparo sotto la veranda dell’albergo Gambrinus, sembra edificato in quella posizione proprio allo scopo di concedere ai viandanti una sosta prima di sfidare il vulcano. Ciascun pedalatore si copre con tutto ciò che si è portato al seguito (manicotti, gilet anti-vento, mantelline anti-pioggia, k-way in gore-tex) ma dopo qualche minuto decidiamo di entrare nella hall dell’albergo sia per ripararci dal freddo rivelatosi pungente e insostenibile stando fermi, sia per trovare conforto in una tazzina di caffè o in un succo di frutta. Come temevamo inizia a piovere. La stanchezza incomincia a fare capolino, considerato che sono stati percorsi circa 180 km a un’andatura piuttosto allegra, ma il senso di spossatezza che si affaccia è eclissato dal timore dei 13 km di salita che ci attendono.
Dopo circa 40 minuti, visto che la pioggia ha cessato di cadere, ripartiamo e attacchiamo la salita del Monte Amiata. I primi 2 km sono forse i più impegnativi. Superiamo l’ingresso delle miniere di mercurio, ora in disuso, e vi sono due notizie: una buona e una cattiva. Quella buona è che la pendenza della salita si fa più dolce e regolare, quella cattiva è che inizia nuovamente a piovere (questa volta a dirotto). Gli altissimi faggi che ci accompagnano lungo l’ascesa riescono a filtrare parzialmente la furia degli elementi. Alcuni ciclisti decidono di fermarsi, trovando riparo sotto una pensilina di una fermata dell’autobus, io decido di continuare visto che sono riuscito a “prendere il ritmo” e ritenendo un ulteriore sosta controproducente per il mio fisico. Le sensazioni sono buone, riesco sorprendentemente a superare molti miei compagni di viaggio (quelli che non si erano fermati), pedalo in agilità con una buona cadenza e il mio Polar XTrainer mi assicura che il mio battito cardiaco è abbondantemente entro la soglia. L’unico a sorpassarmi è Gilberto, simpaticissimo ispettore della Polfer di Fabriano in pensione.
Decido di aumentare il ritmo e butto giù due rapporti, dal 36x26 al 36x21. Grave errore. Reggo circa un chilometro poi sono costretto a rallentare visto che il mio battito cardiaco è schizzato sopra i 160, la respirazione è in affanno, i miei occhiali (spero fossero gli occhiali) si sono appannati. Vengo raggiunto da Oliviero che si accoda. Salendo la vegetazione si dirada e questa volta non abbiamo più nessuno scudo contro la pioggia.
Giunti a un incrocio, temendo di sbagliare strada, preferisco fermarmi e aspettare gli altri. Approfitto della sosta per indossare la mantellina anti-pioggia. Si riparte e finalmente raggiungiamo la vetta. Bagnati, esausti e infreddoliti ci complimentiamo a vicenda per la prima parte dell’impresa ormai compiuta, visto che per raggiungere Castel del Piano mancano solo 9 km tutti in discesa. Foto ricordo sotto il cartello che segnala il valico e si riparte. Per il freddo e per l’asfalto reso viscido dalla pioggia (per la cronaca ha smesso di piovere) percorriamo tutta la discesa con i freni così tirati tanto da rendere insensibili le mani.
Giunti a Castel del Piano, come nei pit-stop in Formula Uno Gabriele e Lucia (conducente dell’ammiraglia e sua accompagnatrice nonché fidanzata) ci fanno deviare dalla strada principale, indicandoci l’ingresso dell’Albergo Stella, dove consumeremo la cena e pernotteremo. Finalmente scendo dalla bicicletta e dopo dieci ore sulla sella non vi descrivo come era ridotto il mio povero e bistrattato fondoschiena.

Dopo l’arrivo (della prima tappa)
Tutto sommato sono soddisfatto della mia prestazione anche se devo ammettere che sono rimasto tutta la giornata “coperto a ruota”, lasciando il lavoro di gregariato ai più allenati. Parcheggiamo le biciclette nella sala TV dell’hotel, ci vengono assegnate le camere, ci facciamo una doccia rigenerante, telefono a mia moglie Stefania comunicandogli che ancora respiro e che non deve preoccuparsi per il pagamento delle prossime rate del mutuo.
Considerato che la cena non verrà servita prima delle 19.30 (sono le 18.00 circa), raggiungiamo a piedi il poco distante centro storico di Castel del Piano, piccolo paesino in posizione strategica per chi vuole effettuare delle escursioni sul Monte Amiata. Ammiriamo la gradevole piazzetta con tanto di fontana, la facciata della Chiesa della Prepositura (purtroppo è chiusa), la Torre dell’Orologio.
Alle ore 19.30 in punto viene servita la cena: penne al pomodoro con abbondante nevicata di grana padano (di cui faccio il bis), enorme fettina di manzo al sangue, insalata mista, acqua e vino rosso. Tutto sembra buonissimo e divoro tutto con voracità. Tre sorprese prima che la cena sia terminata:
- Lucia compie gli anni quindi viene servita una mega-crostata con tanto di candelina (una) farcita con il classico coro che intona “tanti auguri a te …”;
- Angelita & Antonio (coniugi ciclisti, compagni di squadra nonché promotori dell’impresa) consegnano ai partecipanti una maglia ricordo della pedalata, con l’effigie della torre pendente stilizzata e i nomi dei pedalatori e accompagnatori;
- si ufficializza che l’impresa del prossimo anno sarà la pedalata Fabriano - Padova, sempre in 2 tappe, con arrivo presso la Basilica di Sant'Antonio.
Dopo il caffè (la maggioranza lo beve d’orzo mentre Fausto preferisce una camomilla) ci sediamo nella veranda dell’albergo a discutere sulle fatiche che ci attendono l’indomani, sul business cresciuto intorno al mondo delle granfondo, sull’ingiustizia che ex professionisti partecipano alle granfondo accaparrandosi tutti i premi e distanziando di ore i comuni mortali, che i vincitori delle granfondo e delle gare ciclistiche in genere sono tutti dopati. Tra i pedalatori abbiamo anche l’onore di avere con noi il Primario del Pronto Soccorso di Fabriano, che ci dona una dissertazione sulle cause dei dolori alla schiena con lezione di anatomia inclusa.
La temperatura si abbassa e indossiamo tutti la maglia ricordo appena consegnata, provvidenzialmente fornita di maniche lunghe. La stanchezza inizia a prendere il sopravvento perciò decidiamo di ritirarci in camera, tenuto conto che la colazione di domani verrà servita alle 5.30 e la partenza della 2a tappa è prevista per le 6.00. In camera mi premuro a preparare gli indumenti puliti che indosserò il giorno dopo (la divisa d’ordinanza arancio-nera della squadra), consulto il televideo del televisore in dotazione (un 15” a colori con antenne telescopiche) e mi accerto chi abbia vinto la tappa del Tour de France e chi ha ottenuto la pole position in Formula 1. Mi ricordo anche di consultare le previsioni del tempo. Fisso le sveglie (quella dell’immortale Casio al quarzo e del Motorola mpx200) alle 5.10. Spengo la luce e istantaneamente perdo i sensi.
P.S.: Per la cronaca e per i posteri il mio Polar XTrainer, al termine della prima tappa, riportava i seguenti dati: Tempo totale: 10 ore, 43 minuti, 49 secondi; Km percorsi: 205,6; media: 23,1 km/h.

Domenica 10 luglio 2005
2a tappa: Castel del Piano - Pisa
Come previsto alle 05.10 trillano all'unisono le sveglie del mio orologio e del mio cellulare, riuscendo persino a sentirle. Colazione veloce alle 5.40 e partenza alle ore 6.20, non prima del solito padre nostro e ave maria. Tutti indossiamo le mantelline e gli indumenti più pesanti che abbiamo al seguito poiché il clima è rigido e ci attendo più di 20 km di discesa.
A metà discesa siamo costretti a una sosta imprevista. Un pedalatore si è dovuto fermare per il freddo. In effetti quando lo avevo sorpassato ho notato che effettuava dei repentini zig zag, come se volesse provare l’efficacia dello sterzo (o volesse scaldare le gomme come in Formula 1?). Non potevo immaginare che quelle strane manovre erano causate dal tremolio dal freddo. Ripartiamo e per evitare delle pericolose gallerie percorriamo una strada secondaria.
Un cartello segnaletico posto al suo imbocco attira la nostra attenzione: “guado fiume a km 2”. Dopo un discesone di circa 1 km l’asfalto lascia il posto a una stradina imbrecciata che ci fa temere di aver commesso un errore di percorso e non oso pensare di dover rifare il già citato discesone in senso contrario. Italo chiede lumi presso un vicino casolare ove gli viene confermato che la strada è giusta e che ci possiamo scordare l’asfalto per altri 3 km e ½.
Si riparte e dopo una difficilissima discesa che ci costringe a scendere a passo d’uomo e in piedi sulla sella per mantenere l’equilibrio su un fondo degno di una mulattiera attraversiamo un fiumiciattolo (il famoso guado) e la strada (definirla strada è un puro eufemismo) inizia a salire. Il battito cardiaco mi schizza sopra i 160 e finalmente si scollina in un incrocio con una strada questa volta asfaltata. Nell’attesa dei rimanenti componenti del gruppo ne approfitto per un “pipì-stop” e per constatare che la mia Pinarello Dogma è ridotta in condizioni pietose. Le forcelle in carbonio da nere si sono trasformate in bianco latte per la polvere.
Dopo soli 50 km mi accorgo di essere già stanchissimo e mi vengono in mente i soliti pensieri del tipo “chi me l’ha fatto fare” e del classico “hai voluto la bicicletta adesso pedala!”. Capisco che il vero miracolo sarà portare a termine la tappa e non la “piazza dei miracoli” che ci attende in quel di Pisa (scusate il voluto gioco di parole). Cerco di alimentarmi e bere con regolarità nella speranza che la crisi arrivi il più tardi possibile.
Purtroppo i continui sali-scendi e la temperatura diventata improvvisamente calda non mi sono di aiuto. L’intenso e penetrante tanfo di zolfo ci preannuncia che siamo nei pressi di Bagni di Petriolo, caratteristica località termale. Percorrendo un ponte si possono notare i sottostanti bagnanti immersi nelle acque che raggiungo i 40°C.
Continuiamo a pedalare circondati dal famoso paesaggio collinare dell’entroterra toscana e raggiungiamo la località di San Galgano, dove ci attende l’imponente abbazia cistercense, ora scoperchiata e ridotta a un rudere. La maggioranza dei miei compagni di viaggio non sono molto interessati a questa bellezza architettonica e quasi nessuno è intenzionato a visitare la vicina chiesetta di Monte Siepi, visto che per raggiungerla si deve superare uno “strappetto” al 12%. Io, Italo, Antonio e Angelita decidiamo ugualmente di avventurarci verso la chiesetta, la quale custodisce la famosa spada nella roccia ed è considerata uno dei luoghi più misteriosi d’Italia. Edificata nel 1180 circa, appena varcata la soglia colpisce subito il masso nel quale la leggenda ha tramandato che San Galgano vi ha conficcato la spada per adorarne l’elsa a forma di croce. Superba anche la volta circolare (mi ricorda il Pantheon a Roma) composta da fasce concentriche di cotto e travertino. Nell’annessa cappella vi sono pregevoli ma deperiti affreschi di Ambrogio Lorenzetti.
Nel frattempo anche gli altri ciclisti ci hanno raggiunto e approfitto della sosta per riempire le tasche posteriore della mia maglia con i due sandwich al prosciutto che mi sono rimasti (su un totale di 10 per le 2 tappe), con barrette energetiche e rabbocco nuovamente le due borracce d’acqua.
Ripartiamo. Il sole picchia forte e non vi è neanche l’ombra di un metro di pianura. Ora capisco perché i ciclisti toscani (i primi che mi vengono in mente sono Bettini, Bartoli e Casagrande, ma non posso esimermi dal citare un ciclista d’altri tempi, il toscanaccio per antonomasia: Bartali) sono forti su questo tipo di percorsi.
Arriviamo a Pomarance e non si può fare a meno di notare le installazioni delle centrali geotermiche presenti sul territorio. Le torri in cemento ricordano le centrali nucleari mentre un dedalo di grossi tubi in acciaio percorrono le colline e ci attraversano la strada come fossero dei ponti.
Dopo una bella e lunga discesa ci aspetta l’ascesa più dura della giornata (9 km) che conduce a Volterra, patria dei scapellini dove ha svolto il periodo di tirocinio un certo Michelangelo. Il gruppo si è frazionato in due tronconi. Io sono rimasto con il gruppo inseguitore (eviterei di definirli ritardatari) e la temuta crisi si era appropriata delle mie gambe, ormai “vuote”. Italo, accortosi della stanchezza che stava avendo il sopravvento sulla maggioranza dei pedalatori, propose una variazione del percorso. Eliminare Volterra (e quindi la salita di 9 km) per dirigerci direttamente verso Pisa. La proposta fu ovviamente accolta da tutti favorevolmente, quindi coloro che avevano iniziato la salita furono fatti ritornare indietro dall’ammiraglia e il gruppo, diventato compatto, si apprestava a percorrere gli ultimi 70 km.
Dopo circa 20 km la carovana deve registrare l’abbandono di Pietro, già in difficoltà al termine della prima tappa, il quale proseguirà il viaggio in compagnia di Lucia e Gabriele, a bordo dell’ammiraglia. Nell’attesa che Pietro carichi la bicicletta sul mezzo d’appoggio effettuiamo l’ennesima sosta presso un distributore di carburante chiuso (è domenica), e approfittiamo della presenza di un idrante per pulire le nostre biciclette dalla polvere (ricordate la strada imbrecciata?).
Dopo essere ripartiti Italo, Fausto e Antonio si incaricano a turno di tirare il gruppo. Gli altri a ruota sono quasi tutti “al gancio”. In base ai miei calcoli e in esito alla segnaletica stradale dovremmo raggiungere Pisa al Km 220, pertanto posiziono il mio Polar XTrainer in modalità km parziali e il mio unico pensiero è contare mentalmente i km che mancano al traguardo.
Attraversiamo Ponsacco e Cascina. Superiamo un ciclista della domenica (considerato la sua bicicletta e il suo abbigliamento) che ci informa che per Pisa mancano 5 km. Ormai è fatta. Da qualche chilometro Italo si è messo a tirare in testa al gruppo, assumendosi giustamente l’onore e l’onere di entrare per primo in Pisa. Ora il percorso è totalmente pianeggiante tuttavia incontriamo numerosi semafori che ci costringono a fastidiosi e dispendiosi stop & go. Finalmente oltrepassiamo il cartello che ci comunica che siamo entrati nel territorio comunale di Pisa. Seguiamo le indicazioni per piazza dei Miracoli (io seguo il gruppo perché non ho la forza di osservare anche la segnaletica stradale) e dopo aver percorso un dedalo di viuzze si apre improvvisamente un vasto slargo e mi accorgo di essere ai piedi delle torre più famosa al mondo. SIAMO ARRIVATI!!! Seguono grida di giubilo, congratulazioni reciproche e foto di gruppo che immortalano l’impresa ormai compiuta.

Dopo l’arrivo (della seconda tappa)
A circa 1 km da piazza dei Miracoli ci attende il pullman che ci porterà all’agriturist “San Martino”, nei pressi di Ponsacco, posizionato su una collina e circondato da una folta vegetazione. Il titolare della struttura (anche lui un cicloamatore, il quale ci fa vedere con orgoglio la sua Pinarello) ci mette a disposizione 2 camere dove, a turno, riusciamo finalmente a regalarci una doccia rigenerante. Indossiamo tutti la “maglia dell’impresa” e ci accomodiamo ai tavoli per la cena che si rivelerà degna di un banchetto nuziale. Da segnalare un ottimo vinello bianco reso ancora più gradevole perché servito freddo, dei squisiti bocconcini di cinghiale (la cui presenza nel menù era la conditio sine qua non della partecipazione del già citato Primario del Pronto Soccorso di Fabriano) e la famosa tagliata così buona da farci scordare le fatiche appena trascorse. Rinfrancati nel corpo e nello spirito alle 22.30 saliamo a bordo del pullman che ci cullerà (nel vero senso della parola, poiché crolliamo tutti in un sonno profondo dovuto alla stanchezza ma soprattutto al vinello bianco di cui sopra) fino alla città della carta.

P.S.: Per la cronaca e per i posteri il mio Polar XTrainer, al termine della seconda tappa, riportava i seguenti dati: Tempo totale: 10 ore, 48 minuti, 57 secondi; Km percorsi: 223,8; media: 23,6 km/h.420 km sulle due ruote attraverso Marche, Umbria e Toscana

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