Bolivia: Salares Expedition
in viaggio con Daniele Robino in Bolivia, Cile
Il lago Titicaca, una paradossale macchia blu schizzata in mezzo agli aridi territori dell’altipiano, mi mostra le sue acque color zaffiro e i suoi panorami mediterranei, che mi fanno sentire a casa per un’attimo. Per alcuni giorni costeggio il lago navigabile più alto del mondo, verso il confine con il Perù, per raggiungere una delle regioni più remote e difficili della Bolivia.La valle sconosciuta
Da Escoma parte una pista di 150 km. che mi porterà nel piccolo villaggio coloniale di Pelechuco, stretto tra le alte vette della Cordillera Apolobamba. Sono il primo ciclista a percorrere questa pista, che scorre oltre i 4000 metri, tra i panorami superbi della catena montuosa più alta e imponente di tutte le Ande. E’ una zona molto pericolosa per i frequenti atti di banditismo e mi costringe a fare molta attenzione, a cercare luoghi riparati e nascosti dove montare la tenda.
Pedalo teso e concentrato, affrontando tormente di neve e venti fortissimi, superando continui passi oltre i 4600 metri. Spesso, di mattino, la neve rende impossibile riconoscere la pista, avvolto tra la nebbia, in questo luogo così lontano. Fa freddo, mi sento solo, più solo che mai in questa zona così desolata, selvaggia e pericolosa, ma eppure così affascinante.
Voglio conoscere alcuni villaggi dove ancora vivono i Kallahuaya, sciamani discendenti dall’antica civiltà Tiahuanaco, che ancora ricorrono a pozioni di erbe e riti magici per guarire le malattie. L’accoglienza spesso non è delle piu’ cortesi, sono popolazioni gelose delle loro antiche tradizioni e mi vedono come una minaccia alla loro intimità. Il ricorso al massimo rispetto e alla massima umiltà risolve di solito situazioni potenzialmente pericolose e mi permette di ottenere, a volte, un tetto di lamiera, un “cafecito” per riscaldarmi e il sorriso curioso di qualche bambino. Così mi ritrovo dopo dieci giorni nuovamente ad Escoma, stanco a ripulire bici e materiali dall’enorme quantità di fango che mi ha ricoperto completamente. Sono euforico per il traguardo conseguito, mentre senza fatica mi dirigo verso la capitale.
La Paz mi accoglie con le sue braccia di città moderna, in piena contraddizione con quanto vissuto fino ad ora. Qui posso riposarmi, gioire del successo appena conseguito e prepararmi alla salita dell’Huayna Potosì, che con i suoi 6088 metri e la sua imponente bellezza è una tra le vette maggiori e più conosciute della Bolivia.
Per la prima volta abbandono la mia bici e in cinque giorni, aggregato ad una spedizione americana, raggiungo la cima tra tormente ed abbondanti nevicate. E’ l’una di notte, i -18° mi gelano gli occhi, solo la lampada frontale rischiara i miei passi che l’aria rarefatta rende uno sforzo estenuante. Cammino verso l’alba per ore come in un sogno, sentendo solo il battito accelerato del mio cuore, che aumenta con l’avvicinarsi della vetta. Ieri ero nel deserto più arido del mondo e ora sono oltre i 6000 metri. E’ terribilmente eccitante, qui percepisco la vera dimensione del mondo, ma soprattutto la mia. Ma già i ghiacciai sono un ricordo, quando comincio a percorrere la pista verso Coroico, alle porte della foresta amazzonica.
La foresta
Dai 4700 metri di La Cumbre parte quella che è considerata la pista più pericolosa al mondo. E’ snervante pedalare su un sentiero non più largo di tre metri con a fianco strapiombi di oltre mille metri. Il fondo già sconnesso e ulteriormente rovinato dalle frequenti cascate mi accompagna mentre mi insinuo nella giungla infuocata, altrimenti irraggiungibile. Col passare dei chilometri aumenta la temperatura, così come la vegetazione che da ormai tanto tempo non mi teneva compagnia. Ora pedalo a 35°, con la bandana sulla bocca per ripararmi dalla polvere che ricopre la mia bici e si mischia al mio sudore. Scivolando lentamente verso la foresta, incontro le magiche atmosfere di villaggi di frontiera, popolati da cercatori d’oro, come Guanay e Rurenabaque, dove assaporo incantevoli tramonti sul Rio Beni. Il caldo e la polvere sono insopportabili, ma pedalare tra la vegetazione della foresta accompagnato dai suoi rumori è un’emozione indescrivibile. Colorati pappagalli, scimmie, lucertole giganti mi danno il benvenuto.
Eccomi in compagnia di Ariberto, una guida indigena con la quale ho deciso di raggiungere a piedi le fonti del rio Tuichi, lungo il quale vivono ancora delle popolazioni indigene. Da otto giorni cammino nel Parque Nacional Alto Madidi, uno dei tratti più selvaggi della foresta pluviale, con l’80% di umidità, 35 ° e la sensazione di essere nel ventre della terra. La natura selvaggia mi sfiora con i suoi rami, sento il suo soffio caldo e umido sul viso, con gli occhi gonfi di sudore. Purtroppo la rottura del mio depuratore ci costringe ad attingere acqua all’interno di un tipo particolare di liana, che solo grazie alla mia guida riesco a riconoscere. Navighiamo in questo mare verde con tutte le attenzioni del caso per evitare spiacevoli incontri con serpenti e giaguari, che per fortuna vediamo solo da lontano. Quasi provo un senso di abbandono, quando esco dal folto della vegetazione dopo tanti giorni per costruire una zattera con la quale ridiscendiamo il fiume. Un lento ritorno alla normalità, al mio viaggio. La strada mi porta di nuovo verso le alte e gelide distese dell’altipiano. ...continua il viaggio

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