L'Australia, un viaggio "completo"
in viaggio con Fabio Cerretani in Australia
Qualcosa vorrei dire anche sul livello di pulizia degli ostelli e dei motel: in qualche resoconto di viaggio avevo letto la memorabile opinione che “in Australia è un po’ come sulle Dolomiti”, nel senso che – con l’unica eccezione dell’ormai famigerato ostello di Melbourne - si va sempre sul sicuro. Ora io non sono un grande ammiratore della creatività e della giovialità degli altoatesini, però, avendo frequentato e frequentando le Dolomiti, devo riconoscere che, per quanto riguarda la pulizia, pochi li superano. Per cui, anche memore della positiva esperienza con i motel americani dell’est e dell’ovest, non sono stato a preoccuparmi troppo.
Le cose, invece, si sono rivelate molto diverse da come me le aspettavo, perché i motel – per non dire gli ostelli – sono generalmente piuttosto squallidi, e neanche particolarmente economici, almeno per noi che viaggiavamo con figlio di nove anni al seguito. In non pochi casi si sono aggiunte situazioni di carenza di pulizia piuttosto evidenti, e credo sia il caso di segnalare, sotto questo particolare aspetto, le lenzuola (ma anche il pavimento sotto i mobili) dell’ostello YHA di Airlie Beach, e la moquette del Desert Rose Inn di Alice Springs. Faccio presente che non sono particolarmente schizzinoso, e se devo dormire all’aperto e in condizioni igieniche precarie (che so, nel Sahara, in India, in Perù...), ancora adesso a cinquant’anni passati lo faccio senza tante storie. Ma le lenzuola dell’ostello di Airlie Beach, cosparso di capelli e peli di nazionalità assortite SU ENTRAMBI I LATI (eh già! A nulla è servito il tentativo di provare a girarlo...) e la moquette di Alice Springs mi hanno fatto rimpiangere il catino con cui nel deserto ci si lava il viso, l’insalata, i piatti e spesso anche altre parti del corpo.
Molto piacevoli, invece, almeno dopo le precedenti esperienze, il Gagudiju Lodge di Cooinda e l’Outback Pioneer Lodge di Yulara (e te credo, visto quanto ci sono costati!), ma anche, a prezzi più ragionevoli, il PK’s JUNGLE VILLAGE di Cape Tribulation.
Essendo italiani all’estero, non si può non spendere una parola sul “come si mangia”.
Ovviamente si mangia male. La cucina è quella americana, a base di hamburger (provate a pronunciarlo come sapete fare, e vedrete che faccia faranno!...), pollo e pesce fritto, uova e pancetta, e patate fritte sempre e dovunque. E’ vero che ci sono molti ristoranti thailandesi, e che sul momento – e soprattutto quando si ha fame – quel tipo di cucina risulta piuttosto stuzzicante. Peccato, però, che venga presto a noia, e che alla lunga renda i processi digestivi sempre più elaborati e nauseanti.
Anche se presi dalla nostalgia gastrica per i semplici ingredienti nostrani, però, diffidate dei ristoranti italiani: quasi sempre si tratta di discendenti di terza o quarta generazione, che oltre a non parlare più la lingua, non hanno la benché minima idea di come si mangi davvero in Italia (spesso non sanno nemmeno che gli spaghetti vanno bolliti in acqua salata!).
Cosa dovreste fare, allora? Beh...arrangiatevi, come abbiamo fatto noi. In fondo non si va mica in Australia per fare esperienze gastronomiche, no?
L’unico ristorante italiano che mi sentirei di consigliare si trova a Sydney, nella zona di Kings Cross (Macleay Street, per la precisione, quasi di fronte all’Hotel DeVere, dove alloggiavamo): si chiama IL FAGIANO, e farebbe la sua figura anche da noi. Tra l’altro ci lavora un ragazzo di Bologna che si è trasferito da poco e che è ancora indeciso se rimanere o meno in Australia, ma che tuttavia può già darvi delle utili indicazioni sulla visita della città, e per una volta vi permetterà di fare le ordinazioni parlando, invece di esprimervi a gesti e con mugugni.

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