Viento de Patagonia - 5. El Chaltèn, capitale del trekking
in viaggio con Leandro Ricci e Enzo Bevilacqua in Argentina
Durante la giornata abbiamo sgranocchiato un po' di tutto, quindi non abbiamo voglia di cenare, ma non ci neghiamo una passeggiata per le vie di questa cittadina di 400 abitanti scarsi a quota 650 fatta di abitazioni prevalentemente in legno, fondata nel 1982 per rivendicare un territorio conteso con il Cile.Nonostante la forte crescita dovuta al richiamo turistico, non è venuta meno la dimensione intima, quasi familiare, del luogo: il senso di trovarsi "in culo al mondo" non è certo inferiore a quello provato a Ushuaia e a Puerto Natales.
Nell'idioma degli indios della regione, Chaltèn significa "montagna azzurra" e non si fatica a capirne il motivo ammirando le "pale" del Fitz Roy e del "fratellino" Poincenot al tramonto che dominano il panorama da dietro un colle e che, addirittura, posso gustare dal mio letto incorniciate dalla finestra. E il vecchio adagio "rosso di sera, bel tempo si spera" è un ottimo auspicio per l'escursione di domani. Sempre che funzioni anche nell'emisfero meridionale… ;-)
Sabato 24 gennaio 2009
Come già detto nella parte introduttiva, la motivazione primaria - se non esclusiva - che porta i viaggiatori a El Chaltèn è la presenza di montagne straordinarie che hanno fatto la storia dell'alpinismo e regalano scenari strabilianti agli appassionati di trekking ad ogni livello di difficoltà. Ciò produce una radicale selezione "alla fonte", nel senso che chi non ama camminare non ha ragione di venire in un luogo che già è parecchio isolato: è quindi ancora maggiore che altrove il senso di cameratismo che accomuna chi è abituato ad andare per monti. A riprova, la più parte della gente che si aggira per il paese è in tenuta escursionistica o abbigliata in maniera estremamente informale.
Noi abbiamo in programma due escursioni giornaliere, il minimo consentito da un soggiorno breve come il nostro, giusto per raggiungere i belvederi sui due gruppi simbolo del Parque Nacional Los Glaciares, quelli del Cerro Torre (m.3102) e del Fitz Roy (m.3405).
Oggi ci mettiamo in movimento alle 8,30 per l’escursione che ci porterà al mirador di Laguna Torre ai piedi dell’omonimo Cerro, come dire il belvedere verso un mito. Il dislivello è moderato, poco più di 200 metri, lo sviluppo 8,5 km sola andata, la durata circa 5 ore fra andata e ritorno. A breve distanza dall'Hospedaje La Base, un grosso cartello in legno “Sendero a Laguna Torre” con la pianta dell’itinerario indica senza equivoco la giusta direzione. Si guadagna la collinetta che incombe sull’abitato lungo il sentiero che si svolge nel cuore della macchia patagonica, fra conifere e fitti cespugli dai quali di tanto in tanto fa capolino qualche coniglio selvatico; si prosegue tenendo sempre sulla sinistra, ora più in alto ora allo stesso livello, i meandri del Rio Fitz Roy, e si sale attraverso boschi di faggio fino ad ammirare per la prima volta, dopo circa un’ora e un quarto, l’ancora lontano Cerro Torre. Si continua in piano attraversando una zona paludosa in cui si procede senza segnavia ma con percorso evidente, si lascia a destra il raccordo che, passando per le Lagune Madre, Hija (figlia) e Nieta (nipote), congiunge all’itinerario per il Fitz Roy, si aggira una zona di alberi rinsecchiti (forse per incendi) che ha un qualcosa di spettrale al quale segue un tratto molto suggestivo nel cuore di un bosco di alberi contorti in forme bizzarre che sembrano far parte di un film di fantasy.
La vegetazione termina ai piedi di una morena. Bastano pochi minuti per risalirla e trovarsi all’improvviso davanti a uno di quegli scenari per i quali si ringrazia di essere al mondo e di vivere in un tempo che ci concede le risorse per arrivarci con relativa facilità dall’opposto emisfero: sotto di noi si stende la Laguna Torre, sul lato opposto la lingua terminale del Glaciar Torre e a coronare il tutto la guglia di Sua Maestà il Cerro Torre con tutta la sua “corte” di cime minori (minori per la quota, non certo per arditezza). Ci uniamo ai numerosi escursionisti seduti in silenziosa ammirazione e, studiando con il binocolo la parete sud del Torre (la più esposta al feroce vento patagonico) sormontata dal “fungo” di ghiaccio, non si può non domandarsi come abbia fatto quel satanasso di Cesare Maestri a scalarla con un compressore da quaranta chili sulle spalle (fermandosi peraltro a 30 metri dalla cima)!
Uno spuntino, una passeggiata in riva al lago, cerchiamo di procrastinare il più possibile la sosta fin quando gli ultimi sbuffi di nuvole si dissolvono scoprendo completamente le cime: queste condizioni meteo sono tutt’altro che scontate da queste parti e incameriamo con soddisfazione questo “due su due” unitamente alle Torres del Paine di tre giorni fa (vedi parte precedente del resoconto).
Rientrati a El Chaltèn per la stessa via, abbiamo il tempo per una passeggiata in tutto relax lungo le vie della cittadina respirandone la piacevole atmosfera di frontiera che la pervade; fa le altre cose, non ci facciamo mancare una sosta in una fornita enoteca per apprezzare ancora una volta la qualità sopraffina dei vini argentini.
Per la cena, ci lasciamo attirare dalla vetrina di “Mi viejo” (solo omonimo di quello di El Calafate) in Avenida San Martín 815, nella quale troneggia un enorme asado in via di arrostimento. Non ce ne pentiamo. Spesa totale € 62. ...continua il viaggio

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